Voto di preferenza. Ma quale?

E’ ripreso da un po’ il dibattito sul voto di preferenza. Ne avevo accennato in un mio post, in maggio. Ed è qualcosa che ritengo essere importante. A proposito di cosa ci viene detto, tutti i giorni, e di cosa è realmente nel nostro interesse di cittadini ed elettori. Il voto di preferenza è stato in uso in Italia da sempre, prima che fosse introdotto il sistema dei collegi uninominali con le elezioni politiche del 1994 che, per il loro stesso essere scelta tra opposti candidati di schieramenti diversi, le abolivano di fatto. Ha continuato ad esistere nelle elezioni locali, comprese le regionali. E continua ad esistere per le elezioni europee. Con la riforma del sistema elettorale per le politiche del 2006, aboliti i collegi uninominali, per la prima volta si è esclusa la preferenza dal voto di lista per la scelta dei componenti della Camera dei Deputati. Senza che ce ne rendiamo conto, invece, ci si lascia credere che il non avere la possibilità di esprimere una preferenza all’interno della lista che scegliamo di votare – ed è comunque una nostra opzione se dare o non il nostro voto a quella lista – sia una limitazione della nostra libertà. Come se a scegliere la composizione della lista che decidiamo di votare fossimo noi, quando sappiamo che non è così. Più volte, nei decenni passati, così come avviene ancora per le elezioni locali, il voto di preferenza è stato considerato fonte di scambio di favori, di promesse mai mantenute, di collusioni e infiltrazioni con gruppi di interesse non generali… eppure, a proposito di ascolto e lettura critica dell’informazione, eccoci ancora a parlare del voto di preferenza, quasi fosse una libertà negata il non averlo. Il vero problema – e saggiamente il Presidente del Consiglio avrebbe voluto abolirlo anche per le prossime elezioni europee, non riuscendoci per l’ottusa opposizione di quella che continua a non saper essere una vera sinistra nel nostro Paese – non è nel voto o non voto di preferenza, ma nella possibilità di decidere i componenti della lista. Dal punto di vista della democrazia, nella concretezza dei fatti, il voto ad una lista presuppone la comune appartenenza ai valori espressi da quella che, nel momento stesso in cui diventa per noi un simbolo da voler sostenere, riscuote la nostra fiducia, a prescindere dal fatto che possiamo privilegiare la posizione al suo interno di una figura in cui ci riconosciamo più che in un altra: anzi, in questo, chi decide all’interno di un partito la composizione di una lista, dovrebbe in misura maggiore aver cura che possa riscontrare il gradimento del maggior numero possibile di elettori; mentre invece, in presenza del voto di preferenza accadeva prima – e accade ancora per le elezioni locali – che il capolista e i primi in lista siano da traino per candidati a volte sconosciuti, o il gradimento dei quali non sia così esteso, e che, altre volte, sono stati proprio coloro che hanno scalato posizioni di privilegio importante per l’aver visto confluire sul loro nome quel voto che non appartiene all’interesse generale e che è espressione di quei riferimenti particolaristici dei quali scrivevo sopra. Vi ricordate i delfini? Oggi qualcuno di loro può dire di essere stato candidato a Sindaco di una città importante o aver guidato il governo di una Regione o sedere in Senato. La memoria corta di molti di noi elettori, che spesso dimentica le contraddizioni espresse dalla politica e dai politici, dà fiato ai falsi sostenitori delle ragioni della libertà, che ne inventano una di tutte pur di avere le prime pagine o le adesioni di una massa acritica. Ma è questo il vero senso del benessere di una collettività di persone? Semmai, e chissà che col tempo non ci si riesca, ed è una delle idee di questo blog sulla quale vorrei stimolare gli interventi dei lettori, l’indirizzo da seguire è quello della scelta, attraverso le primarie, dei componenti della lista nella quale crediamo di riconoscerci, ciascuno per i suoi convincimenti in politica: questo è veramente importante. Ne avete sentito parlare? E, soprattutto, ne avete sentito parlare e ne avete letto come di qualcosa da realizzare in tempi brevi come reale presupposto di libertà? Lasciamo ancora spazio ai milionari Travaglio, Grillo, Stella, Di Pietro… Eppure costa poco la libertà. A cominciare dal non dare seguito ai falsi difensori delle nostre facoltà di scelta. Io, per parte mia, non farei l’amministratore di una comunità se non mi pagassero come un manager d’azienda. Si può fare politica gratis. Ma poi non si può lasciare che la comunità creda alle Fate e ai Babbo Natale. La Casta non vive negli stipendi di un ministro, di un senatore o di un deputato; né dei loro benefici. Non sono questi i costi della politica, anche se continuano a lasciarcelo credere. E noi, come allocchi, seguiamo le loro trasmissioni, leggiamo i loro blog, compriamo i loro libri e i loro giornali. E loro arricchiscono, anche nel sostegno dei voti, come dimostra il raddoppio di percentuale di Di Pietro alle scorse politiche. Ma non è questa la libertà vera della quale abbiamo bisogno e che serve al Paese per crescere. Quando ci sarà una sinistra di valori finiranno anche altre fiabe. Come quando anni fa si continuava a dare addosso al Governo Berlusconi, e soltanto per dargli addosso, senza accorgersi della incombente crisi economica sul nostro Occidente – o meglio fingendo di non saperlo. E la colpa della bassa crescita era di Tremonti & company, secondo quella insulsa sinistra italiana. Mentre i fatti, ancora una volta, hanno mostrato che non è così. Loro hanno preteso di governare, occupando tutte le cariche disponibili, dopo aver vinto nel 2006 con un numero di voti pari alla popolazione di un quartiere di una città media. Adesso vorrebbero un confronto continuo con quell’ombra del loro governo d’ombra [e non è un errore, è proprio d'ombra], dopo aver perso con tre milioni e mezzo di voti di scarto. Non manca loro l’intelligenza. E’ soltanto che hanno una faccia di bronzo… e l’appoggio di molti dei media dei loro amici imprenditori. Leggevo l’ultima fiaba di Grillo: Murdoch gli sarebbe simpatico almeno un po’ perché non è primo ministro e gli dice, scrivendogli, che tra qualche anno la sua sarà una tra le poche aziende presenti in modo forte sul web, insieme a Yahoo, You Tube e altre. Non è un cretino. E’ che vuole raccontarci la favola che Berlusconi è sporco perché si è messo in discussione pubblicamente e ha avuto i voti degli elettori mettendoci la faccia e il nome; e tuti gli altri imprenditori del sistema Italia e del sistema Mondo che si fanno rappresentare dai politici loro amici sono belli bravi puliti e intelligenti. A proposito di quando scrive dell’importanza di non lasciarsi prendere in giro. Da scolpire.
La chiamano libertà di dire…

La sinistra continua a perdere consensi, ma sembra continuare a non accorgersene…
Sembrava che Veltroni avesse intenzione di dare una sferzata, rompendo con i quasi quindici anni che hanno preceduto la nascita del PD, ma, in questi giorni, si sta rivelando come il tentativo di un’operazione di facciata. Il dialogo va costruito con le proposte e con le idee. Non si può – provenendo da una coalizione che, avendo vinto con un minimo scarto alle scorse elezioni, ha fatto man bassa di cariche e incarichi, di poltrone e sottopoltrone, di controllo sull’informazione pubblica – pretendere di avere un dialogo senza mettersi in gioco e proporsi costruttivamente e, soprattutto, sul piano di una larga visione del futuro, lungimirante e non miope. Specie se si è perso nel modo in cui si è perso, non con lo scarto di voti di un quartiere, come accadde a Berlusconi nel 2006. Gli elettori hanno scelto con chiarezza e senza che ci fossero dubbi sul tipo di indirizzo che deve assumere il sistema Paese per il futuro. La sinistra, sempre utile in una democrazia compiuta, può, adesso, decidere di prendere atto dei fatti e delle cose – e, pure, della netta sconfitta – e dismettere i panni finora indossati, preferibilmente con volti nuovi che riescano dove hanno mostrato, con altrettanta e diversa chiarezza, i loro limiti gli attuali dirigenti e burocrati. Oppure continuare a chiudersi in un mondo proprio e irreale, perdendo ancora consensi, tutti quelli di coloro che avvertono, perché la vivono, a volte anche sulla pelle, la realtà di questo periodo.
Smaltimento rifiuti… nuove opportunità..
Se ne parla ancora troppo poco, ma a proposito di smaltimento dei rifiuti potrebbe arrivare una rivoluzione, in positivo.
A seguire il testo della pagina pubblicata il 07/01/2008 sul sito web del CNR, www.cnr.it .
Abolire il canone, senza penalizzare la RAI…

Il sistema di trasmissione in digitale rispetto a quello in analogico offre, sostanzialmente, due possibilità: la diffusione di programmi gratuiti e quella a pagamento.
..note di giorno… Qualcuno la chiama la “casta” dei politici..
A volte la libertà è in controtendenza con la direzione che il dibattito sembra prendere in una comunità di persone, costituita in società. Si parla, da tempo ormai, dei privilegi della politica, della “casta” dei politici, perdendo di vista il senso della realtà, dimenticando che la politica è l’espressione di una società civile costituita in una organizzazione, che sia statale o di ambito locale. In questo senso, la politica dovrebbe muovere il percorso della società stessa, fornendo un indirizzo, dando risposte ai bisogni collettivi, interpretando le istanze della vita di tutti i giorni, anche delle minoranze, creando i presupposti per lo sviluppo, senza tralasciare i quesiti di carattere morale che nel tempo subiscono variazioni e affrontano tematiche sempre diverse, tutte attuali. La politica intesa come motore per il benessere della collettività, come confronto aperto alle ragioni presenti nelle diversità di pensiero, come fonte di sintesi che sappia tener conto dei punti di partenza che nascono da angolazioni diverse e possono convergere nutrendosi delle opinioni liberamente espresse da posizioni differenti. Una informazione libera è la base di una democrazia compiuta. Ma anche una lettura critica dell’informazione. Una società è un insieme di individui e ciascuno, nel corso della sua vita, sviluppa un modo di pensare che gli è proprio, con i suoi convincimenti e i suoi ideali. A prescindere dalla libertà di chi scrive o riferisce qualcosa, nel senso della non appartenenza a gruppi di potere o a editori il cui intendimento è teso ad appoggiare quei gruppi di potere o a sostenere interessi economici di parte, quel che viene scritto o detto subisce la naturale modifica che nasce da quel modo di pensare, da quei convincimenti, da quegli ideali. Se la lettura o l’ascolto sanno tenere conto della fonte, se sanno mettere a confronto i resoconti e i commenti diversi, se riescono a recepirli realizzando una conversione in una sintesi propria di ognuno, a prescindere dalla libertà dell’informazione, può esserci una lettura o un ascolto critico dell’informazione stessa. Che ha un valore fondamentale per il verificarsi delle condizioni che determinano una democrazia compiuta. Il nostro Paese presenta un po’ un’anomalia, rispetto alle considerazioni che faccio sopra. La notiamo tutti i giorni, quale che sia l’argomento oggetto della nostra attenzione o del nostro interesse. E’ spesso difficile conoscere l’aspetto e l’essenza di qualcosa, ma non i giudizi, i commenti, il resoconto dei commenti:accade sfogliando le pagine di un quotidiano, di una rivista, o vedendo un telegiornale, o visitando le pagine web di un sito, sulla rete. Se, ad esempio, si vota in Parlamento un emendamento a un articolo di legge, sui giornali, in televisione e purtroppo anche su internet, che pure viene presentato come un mezzo che fornisce maggiori possibilità di ricerca e di approfondimento, troveremo resoconti, commenti, interviste, reazioni, pareri favorevoli o contrari e tutto quel che può scaturire dalla discussione inerente l’emendamento oggetto del dibattito parlamentare, tranne l’emendamento stesso o almeno le informazioni, seppure generiche, su quel che è previsto nei termini. Probabilmente questo può accadere nel nostro Paese perché non c’è la predisposizione a favorire un ascolto e una lettura critica delle notizie, perché non è così presente, in essere, una capacità di sintesi comprensiva individuale nella loro ricezione e nella correlazione col pensiero che si lega ad esse. E’ in atto un forte attacco a coloro che operano nel mondo dell’informazione ed è contestato vivamente il finanziamento pubblico all’editoria. Ma chi conduce questa battaglia per un’informazione libera o, almeno, più libera, dimentica di condurre, con la stessa energia, una battaglia per la diffusione di una ricezione attenta e critica, lucida e consapevole, propria ed autonoma. L’opinione pubblica viene troppo spesso citata e presa in considerazione… l’opinione pubblica si può orientare e indirizzare, le si può far vedere o credere una cosa piuttosto che un’altra… Invece l’opinione propria di ciascuno, sintesi dell’intelligenza della diversità delle fonti e del modo di raccontare, critica del proprio pensiero sulla possibilità di conoscenza del fatto che genera la notizia – nell’esempio di sopra il testo dell’emendamento – non è facile da manipolare. Un percorso di libertà non contesta il finanziamento all’editoria, né l’ordine dei giornalisti, né la spartizione vergognosa delle poltrone e dei direttori di testata nelle televisioni… un percorso di libertà cerca di porre le basi perché non accada che la persona sia considerata numero, che l’individuo sia considerato elettore. L’ordine dei giornalisti può esistere nel senso che chi opera nell’informazione debba avere un organo a cui rispondere del proprio operato, oltre che alla legge. Il finanziamento pubblico alle società editrici “pure”, cioè non di proprietà di soggetti o società che abbiano interessi in altri settori dell’economia, può offrire le condizioni affinché chi investe nell’informazione non abbia ad esporsi al rischio di dover soggiacere a pressioni o, per l’appunto, interessi di forti gruppi economici o di lobbies o di movimenti politici. La televisione pubblica ha subìto da sempre le ingerenze della politica. Ha fatto il bello e il cattivo del nostro tempo, ha agito in regime di monopolio. Poi, la tecnologia, come altre volte è accaduto nella storia, è venuta incontro, con le opportunità che è in grado di offrire, alle istanze di pluralità di vedute e di libertà d’espressione, con la nascita delle tv private che ha interrotto la solitaria egemonia del prodotto offerto dalla tv di stato. Già quella poteva essere l’occasione per l’abolizione del canone obbligatorio, che è ancora oggi l’unico motivo per cui la RAI si permette di avere questo tipo di telegiornali e questo tipo di programmi di informazione. Ma, come oggi, non è accaduto perché la politica ha troppi interessi sulla RAI. E’ arrivata una nuova possibilità adesso, offerta sempre dalla tecnologia, e si chiama digitale terrestre. Questa è l’occasione per liberare la RAI dalle interferenze della politica. Il canone RAI è una tassa iniqua, la RAI entri sul mercato, si confronti con la realtà produttiva, smetta di farsi privilegio della rendita di posizione che le viene offerta dai tributi derivanti dall’imposizione del canone. C’è il digitale, si acceleri la chiusura delle trasmissioni in analogico… la RAI vada, come tutte le altre televisioni, sul digitale, con la possibilità di esser vista a pagamento tramite l’acquisto di una carta prepagata, che abbia valore temporale, di un mese o di un anno non importa, o anche per singoli programmi, come già avviene per altre emittenti private: non è più tempo di spartire poltrone e incarichi, la realtà è il nuovo, il digitale a pagamento abolisce due cose: l’obbligatorietà del canone e la politica dentro la RAI. Tre proposte di libertà, dunque, in controtendenza. Ma anche se parliamo della casta dei politici e dei privilegi dei politici, una autentica proposta di libertà sarà in controtendenza. Alla politica è da rimproverare l’illegalità e il malaffare. Tangentopoli ha lasciato emergere una realtà che era da sempre stata e che continua a esistere, solo che negli anni di “tangentopoli” [ne uso il termine, che per brevità ricorda quel periodo] sembrava essere tutto marcio e corrotto perché era caduto un muro, qualche anno prima, e bisognava sbarazzarsi di certi attori della scena politica, alcuni dei quali sono poi rientrati. Ma non è mai tutto uniforme, anche nell’illegalità e nel malaffare… la politica non è questo, sono le deviazioni dal compito che vanno combattute, e seriamente. I processi sommari, quelli sui media e nei bar o nelle piazze durano un tempo più stretto che non quelli sostenuti da una reale fondatezza. E un po’ si è anche voluto far finta di cambiare proprio perché nulla invece andasse a subire mutamenti. Un politico inteso come cittadino di una comunità che svolge un compito di amministrazione e governo della stessa non deve assolutamente agire nella non legalità, né nell’interesse proprio o d’altri, ove questo interesse sia esclusivo di una parte della società che rappresenta e non della totalità dei suoi componenti. Questo è quel che non deve essere un politico. Non sempre la politica ha espresso i migliori, non i tutti i ruoli, né nelle cariche. A volte a fare politica sono persone spinte da interessi non generali. Un politico opera delle scelte e dovrebbe farlo per il bene comune. Coloro che parlano di privilegi della politica e di casta dei politici su alcune cose hanno ragione, su altre ci marciano un bel po’, su altre omettono. Il CSM non deve avere membri politici.. la magistratura, in quanto potere separato dello stato, non deve avere membri aderenti a sigle di rappresentanza, deve mantenere il proprio distacco dalla politica.. i magistrati che scelgono di entrare in politica devono abbandonare la magistratura.. Solo così non accade il caso Forleo e De Magistris. Una persona che abbia dei valori e che abbia conseguito dei risultati nella vita che decidesse di fare politica per “operare delle scelte per il bene comune” dovrebbe essere posto dalla comunità in condizioni di benessere e di serenità… sono chiacchiere da bar le discussioni sui costi della politica… i veri costi della politica sono le tangenti, gli sprechi, le risorse male o inutilizzate, la miopia di certi amministratori, gli accordi sottobanco, le spartizioni… Non considero un privilegio una bella casa, l’auto con autista, i viaggi, gli omaggi agli eventi culturali e sportivi, l’uso gratuito dei mezzi per spostarsi sul territorio nazionale o nel mondo. Non considero un privilegio un lauto rimborso mensile, specialmente per un certo tipo di incarichi, per la Presidenza del Consiglio o della Repubblica, per i Sindaci, per i Governatori o Presidenti di Provincia… né considero migliore di altri un politico che rinunci volontariamente a quelle che sono definite le sue prebende. Non è questo il problema. E’ soltanto che si vuole che lo crediamo, forse per distoglierci da altre cose, sicuramente più importanti. Pensate, è vero che lo Stato si sostiene con le nostre tasse, ma se un allenatore di una qualsiasi squadra di calcio ha uno stipendio di anche nove milioni di euro – e vabbe’ che lo paga la società calcistica – perché non dovrebbe averlo un Presidente del Consiglio? E, soprattutto, credete che saremmo al punto in cui ci troviamo se i guai fossero derivati “soltanto” da quelli che vengono definiti privilegi? Lo scrivevo in un post del 20 maggio, è che molti sanno di poter esistere fintanto che danno contro qualcosa o qualcuno, ma non hanno nessun vero ideale che li spinga in una direzione piuttosto che in un’altra.























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