Politica & Società

Sicilia… Ma chi sta, poi davvero, con Miccichè?

Pubblicato in Politica da altreidee il Dicembre 19, 2008

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Le risposte arrivano sempre, quando a domandarsi sono le considerazioni che sappiamo fare, provando a guardare in anticipo a cosa accadrà nel tempo. Dopo le elezioni di metà aprile, prima che il nuovo Presidente decidesse della composizione della sua Giunta per il governo della Sicilia, scrivevo: “L’MPA di Raffaele Lombardo non nasce da un radicamento territoriale, non da un uomo che ha fatto della sua vita un impegno per la conduzione dei propri ideali; non ha l’afflato che ha accompagnato le rivendicazioni, a Nord, della Lega e del suo uomo più rappresentativo, Umberto Bossi. L’MPA, in Sicilia, nasce dal tessere del sistema di potere e di adesioni che il suo ideatore ha saputo impostare. Non è sentito dalle persone”.
E ancora: “Il mio ragionamento è soltanto di opportunità politica. I numeri, e i fatti, hanno dimostrato che anche una legge elettorale come quella per l’elezione della Camera e del Senato, giudicata come inefficace a garantire stabilità e governabilità, risulta ininfluente nel momento in cui rivela esserci, sul territorio nazionale, una forte maggioranza, a prescindere che sia in un senso o nell’altro. Le scelte a presentarsi al voto con maggiore chiarezza che nel passato hanno dato la possibilità agli elettori di esprimere nell’urna la loro adesione a un progetto, quale che sia, di destra o di sinistra o di centro. In questa tornata è stata premiata la creazione del PDL, poteva essere altrimenti, ma l’elettore, davanti alla possibilità di compiere una scelta con chiarezza, ha mostrato di riuscire a esprimersi, con precise indicazioni sulla volontà di quale maggioranza. Se, a livello nazionale, l’esclusione di Casini, da una parte, e della Sinistra Arcobaleno, dall’altra, hanno avuto le risposte del corpo elettorale, in Sicilia, a livello locale, nell’ambito delle elezioni per la scelta dei rappresentanti all’ARS e del Governatore, hanno lasciato inespresse istanze e chiarezza. Il voto a Lombardo è stato il voto al PDL, questo, credo, pure lo stesso Lombardo, dentro di sé, ha coscienza di sapere. Né può essere lui, che non ha una sua storia personale a proposito di istanze autonomiste, a rappresentare qualcosa in cui egli stesso non ha creduto nel suo passato politico, essendo chiaro, a chi vive in Sicilia, che l’MPA è più una creatura politica che qualcosa che nasce, come accade per la Lega al Nord, dal territorio e nel territorio. A proposito di semplificazione della vita politica, in breve, l’apparentamento tra PDL e Lega è stato necessario al Nord e, soprattutto, è stato premiato dal voto, un po’ in tutte le regioni della Padania. L’apparentamento tra PDL e MPA al Sud, invece, è stato un errore politico di Berlusconi ed è stato apparentemente premiato, infatti, soltanto in Sicilia, dove il movimento di Lombardo ha tessuto la sua rete di contatti e adesioni. Questo, tra l’altro, ha coinvolto l’UDC di Casini e Cuffaro, cooptandoli nella vittoria. Ma, a parte tutti i meriti o demeriti di Lombardo e tutti i meriti o demeriti di Casini e Cuffaro, senza alcun riferimento a vicende giudiziarie vere o presunte, che non sono nelle intenzioni e nello spirito di queste note, il PDL ha perso l’occasione di stravincere le elezioni regionali presentandosi come PDL in quanto tale. Forse era questa l’idea di Gianfranco Micciché, nei suoi colloqui con Berlusconi a Roma, nei giorni prima che la scelta ricadesse su Lombardo. Forse. Io, qui, scrivo soltanto la mia idea. E, già in quei giorni, scrivevo di quanto fosse un grave errore “politico” l’alleanza tra PDL e MPA, perché prevedevo, così come ancora, che Lombardo avrebbe fatto pesare, oltre i limiti del risultato elettorale venuto fuori dalle espressioni di consenso, il suo ruolo all’interno dell’accordo. Il PDL avrebbe vinto a mani basse anche senza l’MPA di Lombardo. Avrebbe escluso definitivamente dai giochi Casini. Avrebbe rivelato, con i numeri, l’inconsistenza elettorale di Lombardo e dei suoi dell’MPA. Avrebbe avuto due legami in meno nel processo di sviluppo per l’Isola e per il Sud, a proposito di quando Berlusconi lamenta di non aver potuto attuare una parte del suo programma, nella scorsa legislatura, proprio per certe pressioni dei suoi alleati, riferendosi dichiaratamente a Casini. Questo è quel che penso. Senza troppa presunzione, credo che questo lo sapesse Gianfranco Micciché, anche in quei giorni di serrati colloqui a Roma, purtroppo senza esito. Berlusconi non è nato né vive in Sicilia, non poteva saperlo, ma poteva informarsi meglio. Ci si allea con chi condivide, con chi costruisce, o intende costruire, un percorso insieme, come accade con la Lega o con l’unificazione di AN e Forza Italia… più difficile è allearsi con chi, anziché ringraziarti per la visibilità acquisita, sa chiederti il conto del suo peso elettorale ottenuto grazie a te, per di più, e per beffa sulla realtà. Oggi abbiamo un Parlamento nazionale con tre o quattro partiti. Potevamo avere un governo regionale composto solo dal PDL, se non ci fossero state inutili e ostili divisioni interne, dichiaratamente portatrici di un boomerang politico forse pesantissimo da ricevere in ritorno. Questo per quanto riguarda il PDL. Potevano anche essere altre le espressioni di voto, pure rispettabili. Ma Lombardo era fuori dal gioco. E Berlusconi lo ha messo in campo e fatto vincere, facendo del male politico a se stesso. Forse mi sbaglio, ma, ribadisco, credo che Gianfranco Micciché lo sapesse e lo sappia questo. A qualcuno può sembrare che ne esca sconfitto, per ora. Ma non è così. Le risposte che arrivano nel tempo contribuiscono a scrivere la storia. Che è fatta di una serie di accadimenti, mai di uno solo slegato dalla successione degli altri. Questo mi premeva scrivere, dopo tanti giorni di silenzio, “prima” che le scelte per la composizione del governo nazionale e regionale fossero compiute”. [5 maggio 2008]
Qualcuno, adesso, sembra accorgersi di cosa non era difficile conoscere da subito.
E c’è anche qualcos’altro. Quello che lo stesso Gianfranco Miccichè rileva a proposito delle distrazioni di fondi, da e per il Sud, verso altre destinazioni, in danno dello sviluppo del meridione. I dissensi del Sottosegretario alla Presidenza con le politiche che privilegiano le infrastrutture e i contributi alle regioni che, per la loro stessa essenza, sono da traino all’economia del Paese e, quindi, richiedono quei sostegni necessari alla sopravvivenza stessa del Sistema Italia, specie adesso, in un periodo di forte crisi economica e di recessione. Il suo prendere le distanze da certe scelte del collega Tremonti, il suo considerare gli effetti futuri che verranno dalle mancate erogazioni alla ripresa delle macroaree del Sud nelle quali occorre, come sa ritenere con forza di idee, più necessaria e incisiva l’azione di supporto a nuove opportunità di crescita complessiva, nella direzione del superamento dello scalino che le separa dalle altre. Ci sono stati dei giochi di potere: Alfano, Schifani, Firrarello, hanno sospinto la candidatura di Raffaele Lombardo, che adesso sembrano contrastare nella sua azione di governo dell’Isola. Miccichè aveva, come molte altre volte, saputo guardare più lontano e comprendere in anticipo che, per lo stesso accadere delle opportunità in determinati momenti della vita politica di un Paese, tutto serviva tranne la divisione o il misurarsi del peso dei protagonisti e della forza elettorale che potevano esprimere. Ma sembrava, proprio come scrissi in quella notte di maggio, aver perso, senza che così sia stato realmente. Sempre per provare a vedere oltre le apparenze, chissà, ma è solo una domanda che faccio a me stesso, che non sia vero quanto aveva provato ad anticipare del suo pensiero in un’intervista subito a ridosso delle scorse elezioni regionali: unire le sue idee concrete di promozione di un riscatto della sua Isola e del Sud alla struttura del Movimento per l’Autonomia, per una scelta pragmatica e non di condivisione; che è comunque più vicina alla passione che ha saputo mostrare di sé nella semplicità dei fatti – ha messo la faccia e le idee nel provarci, quando ha posto al servizio della Sicilia la sua candidatura – in occasione del rinnovo dell’Assemblea regionale; rimettendoci un po’ nell’immagine, per gli aspri commenti [a volte, come quelli di Repubblica o della stessa La 7, che pure prima ne aveva messo in risalto le considerazioni, quasi sbeffeggianti] ricevuti dalla stampa e dai media e per la perdita di consensi personali, almeno nell’immediatezza del suo intelligente e consapevole adeguarsi alle scelte indirizzate da Berlusconi, scambiato per pochezza di convincimenti e che conteneva, invece, già in nuce, come accade a chi ha valore e passione politica, il sapere cosa sarebbe stato, presto o tardi, come è nei giorni di adesso. Se cade Lombardo, si va al voto. E che sia un giusto chiedere il conto all’interno del PDL; o un misurarsi – stavolta in suo favore – del reale peso politico e di idee delle componenti interne al suo partito; o, chissà – ed è, come scrivo sopra, solo una domanda – un pragmatico avvicinarsi al movimento autonomista di Lombardo; qualsiasi cosa, tra le opzioni, potrebbe essere comunque, anche in questa occasione – magari non adesso, ma tra qualche anno – un riuscire a vedere con chiarezza nel futuro che prova a condividere. Lo stesso nel quale ha mostrato di credere quando ha espresso e sostenuto la sua proposta di rinnovamento – la “rivoluzione siciliana” – che, per il destino beffardo che spesso accompagna coloro che sanno pensare a largo respiro, alcuni, nell’errata interpretazione di quella che non era affatto una rinuncia, hanno scambiato per un voltarsi indietro che non c’è mai stato.
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Voto di preferenza. Ma quale?

Pubblicato in Libero Pensiero, Politica, Società da altreidee il Dicembre 7, 2008

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E’ ripreso da un po’ il dibattito sul voto di preferenza. Ne avevo accennato in un mio post, in maggio. Ed è qualcosa che ritengo essere importante. A proposito di cosa ci viene detto, tutti i giorni, e di cosa è realmente nel nostro interesse di cittadini ed elettori. Il voto di preferenza è stato in uso in Italia da sempre, prima che fosse introdotto il sistema dei collegi uninominali con le elezioni politiche del 1994 che, per il loro stesso essere scelta tra opposti candidati di schieramenti diversi, le abolivano di fatto. Ha continuato ad esistere nelle elezioni locali, comprese le regionali. E continua ad esistere per le elezioni europee. Con la riforma del sistema elettorale per le politiche del 2006, aboliti i collegi uninominali, per la prima volta si è esclusa la preferenza dal voto di lista per la scelta dei componenti della Camera dei Deputati. Senza che ce ne rendiamo conto, invece, ci si lascia credere che il non avere la possibilità di esprimere una preferenza all’interno della lista che scegliamo di votare – ed è comunque una nostra opzione se dare o non il nostro voto a quella lista – sia una limitazione della nostra libertà. Come se a scegliere la composizione della lista che decidiamo di votare fossimo noi, quando sappiamo che non è così. Più volte, nei decenni passati, così come avviene ancora per le elezioni locali, il voto di preferenza è stato considerato fonte di scambio di favori, di promesse mai mantenute, di collusioni e infiltrazioni con gruppi di interesse non generali… eppure, a proposito di ascolto e lettura critica dell’informazione, eccoci ancora a parlare del voto di preferenza, quasi fosse una libertà negata il non averlo. Il vero problema – e saggiamente il Presidente del Consiglio avrebbe voluto abolirlo anche per le prossime elezioni europee, non riuscendoci per l’ottusa opposizione di quella che continua a non saper essere una vera sinistra nel nostro Paese – non è nel voto o non voto di preferenza, ma nella possibilità di decidere i componenti della lista. Dal punto di vista della democrazia, nella concretezza dei fatti, il voto ad una lista presuppone la comune appartenenza ai valori espressi da quella che, nel momento stesso in cui diventa per noi un simbolo da voler sostenere, riscuote la nostra fiducia, a prescindere dal fatto che possiamo privilegiare la posizione al suo interno di una figura in cui ci riconosciamo più che in un altra: anzi, in questo, chi decide all’interno di un partito la composizione di una lista, dovrebbe in misura maggiore aver cura che possa riscontrare il gradimento del maggior numero possibile di elettori; mentre invece, in presenza del voto di preferenza accadeva prima – e accade ancora per le elezioni locali – che il capolista e i primi in lista siano da traino per candidati a volte sconosciuti, o il gradimento dei quali non sia così esteso, e che, altre volte, sono stati proprio coloro che hanno scalato posizioni di privilegio importante per l’aver visto confluire sul loro nome quel voto che non appartiene all’interesse generale e che è espressione di quei riferimenti particolaristici dei quali scrivevo sopra. Vi ricordate i delfini? Oggi qualcuno di loro può dire di essere stato candidato a Sindaco di una città importante o aver guidato il governo di una Regione o sedere in Senato. La memoria corta di molti di noi elettori, che spesso dimentica le contraddizioni espresse dalla politica e dai politici, dà fiato ai falsi sostenitori delle ragioni della libertà, che ne inventano una di tutte pur di avere le prime pagine o le adesioni di una massa acritica. Ma è questo il vero senso del benessere di una collettività di persone? Semmai, e chissà che col tempo non ci si riesca, ed è una delle idee di questo blog sulla quale vorrei stimolare gli interventi dei lettori, l’indirizzo da seguire è quello della scelta, attraverso le primarie, dei componenti della lista nella quale crediamo di riconoscerci, ciascuno per i suoi convincimenti in politica: questo è veramente importante. Ne avete sentito parlare? E, soprattutto, ne avete sentito parlare e ne avete letto come di qualcosa da realizzare in tempi brevi come reale presupposto di libertà? Lasciamo ancora spazio ai milionari Travaglio, Grillo, Stella, Di Pietro… Eppure costa poco la libertà. A cominciare dal non dare seguito ai falsi difensori delle nostre facoltà di scelta. Io, per parte mia, non farei l’amministratore di una comunità se non mi pagassero come un manager d’azienda. Si può fare politica gratis. Ma poi non si può lasciare che la comunità creda alle Fate e ai Babbo Natale. La Casta non vive negli stipendi di un ministro, di un senatore o di un deputato; né dei loro benefici. Non sono questi i costi della politica, anche se continuano a lasciarcelo credere. E noi, come allocchi, seguiamo le loro trasmissioni, leggiamo i loro blog, compriamo i loro libri e i loro giornali. E loro arricchiscono, anche nel sostegno dei voti, come dimostra il raddoppio di percentuale di Di Pietro alle scorse politiche. Ma non è questa la libertà vera della quale abbiamo bisogno e che serve al Paese per crescere. Quando ci sarà una sinistra di valori finiranno anche altre fiabe. Come quando anni fa si continuava a dare addosso al Governo Berlusconi, e soltanto per dargli addosso, senza accorgersi della incombente crisi economica sul nostro Occidente – o meglio fingendo di non saperlo. E la colpa della bassa crescita era di Tremonti & company, secondo quella insulsa sinistra italiana. Mentre i fatti, ancora una volta, hanno mostrato che non è così. Loro hanno preteso di governare, occupando tutte le cariche disponibili, dopo aver vinto nel 2006 con un numero di voti pari alla popolazione di un quartiere di una città media. Adesso vorrebbero un confronto continuo con quell’ombra del loro governo d’ombra [e non è un errore, è proprio d'ombra], dopo aver perso con tre milioni e mezzo di voti di scarto. Non manca loro l’intelligenza. E’ soltanto che hanno una faccia di bronzo… e l’appoggio di molti dei media dei loro amici imprenditori. Leggevo l’ultima fiaba di Grillo: Murdoch gli sarebbe simpatico almeno un po’ perché non è primo ministro e gli dice, scrivendogli, che tra qualche anno la sua sarà una tra le poche aziende presenti in modo forte sul web, insieme a Yahoo, You Tube e altre. Non è un cretino. E’ che vuole raccontarci la favola che Berlusconi è sporco perché si è messo in discussione pubblicamente e ha avuto i voti degli elettori mettendoci la faccia e il nome; e tuti gli altri imprenditori del sistema Italia e del sistema Mondo che si fanno rappresentare dai politici loro amici sono belli bravi puliti e intelligenti. A proposito di quando scrive dell’importanza di non lasciarsi prendere in giro. Da scolpire.

 

La chiamano libertà di dire…

Pubblicato in Libero Pensiero, Politica, Società da altreidee il Agosto 8, 2008
Epassato del tempo, riflettori spenti sulle polemiche, Piazza Navona è andata. Al di là del momento, resta una considerazione importante da fare sul modo in cui taluni ritengono di poter stabilire cosa si possa dire o fare, non considerando che lo stesso concetto si può applicare anche al loro esprimersi e che, come è stato, quando ciò accade si ha modo di assistere alla loro stizzita reazione. Così è stato per Sabina Guzzanti, per Beppe Grillo.. e altri. Il loro dire cosa può dire o fare la Chiesa in Italia, o il Presidente Giorgio Napolitano o il Ministro per le Pari opportunità, contrasta con il loro stesso apparente richiamarsi alla libertà e ai suoi valori. Polemiche a parte, non si capisce perché un ministro debba dare conto della sua vita privata e non di quel che è in grado di realizzare operando nell’ambito dell’incarico di governo che gli è stato affidato, a prescindere dal perché gli sia stato affidato, con illazioni tanto assurde quanto da dimostrare e che, comunque, non avrebbero nessun peso o valore, non per il benessere del Paese e il suo sviluppo. Non si capisce perché la CEI o il Papa non possano esprimere il loro punto di vista senza essere accusati di ingerenza, quando invece a chi, anche in modo pesantemente e volutamente scurrile e volgare, ritiene di poterlo fare, sembra che non sia consentito rivolgere critiche, se non essendo tacciati di appartenere al gruppo di coloro che non amano la libera diffusione delle idee e del pensiero.

La lettera alla Guzzanti…
Viviamo in un’epoca in cui ci sono tanti modi per far valere le nostre ragioni. Con intelligenza. L’arroganza, la supponenza, l’insulto, sono ancora al tempo d’oggi prerogativa di chi ha coscienza della sua pochezza d’argomenti e del suo poter esistere solo con la cassa di risonanza creata dalle idiozie che riesce a diffondere volutamente, mascherandole per provocazioni, a volte, come nel caso di Piazza Navona, per un presunto voler dire pane al pane e vino al vino. Basta andarsi a rileggere la sua lettera al Corriere, per sorridere di tanta presuntuosa e palese ignoranza, anzi di tanta spavalda e consapevole malafede. A volerlo fare, possiamo tutti esprimerci non nel modo che ci è proprio. Non è difficile, poi, dire le cose pane al pane e vino al vino. Chissà cosa mi risponderebbe, ma temo che userebbe uno dei tanti termini volgari di suo comune utilizzo. Bene, cara Sabina, anche una bella donna può avere un cervello e, soprattutto, un’anima. Può avere anche stile, nel non rispondere alle sue stucchevoli e retrograde false provocazioni. Il fatto che sia intelligente, non significa che non possa decidere se e con chi avere rapporti nella sua vita privata. Lei direbbe, anche orali. Ma non mi scandalizza. E’ nell’uso comune, in una coppia. Chissà, forse ne ha repulsione. Si chiama libertà. Nessuno se ne è mai occupato, a proposito di lei. Si chiama rispetto. Si chiama privacy. Si chiama farsi i fatti propri. Una persona, quale che sia, si valuta per cosa ha o non ha da dire. E’ forse diverso avere un padre senatore che spende qualche parola, pur dichiarandosi contrario, in favore delle tante fesserie che dice? Certo, lei si consola con la gente che plaude, come ha scritto… Ma non sempre al plauso segue il ricordo. Se è per questo la gente applaudiva anche i dittatori. Nel suo caso è diverso, lo so. La parola fa rima, ma il senso è tutt’altro: imbonitori..

 

La sinistra continua a perdere consensi, ma sembra continuare a non accorgersene…

Pubblicato in Politica da altreidee il Giugno 29, 2008
Conclusa la lunga fase che ha visto in Italia lo svolgersi delle campagne per le elezioni di metà aprile e giugno, altre considerazioni, ora che l’attività di governo comincia ad assumere contorni più definiti, vengono da fare sui dati che ne sono emersi. Dal 1994, anno in cui la presenza di Silvio Berlusconi ha fatto comparsa sulla scena politica italiana, di fatto la sinistra ha perduto la sua identità e il suo ruolo nel Paese, snaturandosi e andando incontro a un crescendo inarrestabile di perdita di simpatie, adesioni e consensi. Ma una lettura serena del modo in cui sono andate le cose, evidenzia una serie di elementi a volte, invece, trascurati nelle varie analisi che si compiono di questi ultimi quattordici anni.
Nella prima repubblica eravamo abituati a una classe politica che riusciva ad essere referente di interessi privati non manifesti, ma che c’erano; così come avviene anche in altre democrazie del mondo occidentale, Stati Uniti compresi. Famiglie importanti, Agnelli, De Benedetti, altre, anche allora avevano i loro riferimenti diretti o indiretti. Nessuno ha gridato allo scandalo quando Giovanni Maria Flick è stato Ministro della Giustizia, né quando Carlo Azeglio Ciampi era Presidente del Consiglio nel periodo dell’assegnazione della seconda concessione per le telecomunicazioni, né quando, come scrive in un suo libro senza che mai sia arrivata smentita, il ministro Cirino Pomicino, nell’esercizio delle sue funzioni, si recava nella casa romana di Giovanni Agnelli e non viceversa; né quando Romano Prodi svendeva l’alimentare del gruppo IRI ai De Benedetti, né quando, lo stesso, regalava, con una complessa partita economica, l’Alfa Romeo al gruppo Fiat. Forse siamo fatti così, ci piace essere all’oscuro delle mute manovre del potere.
Quel che è accaduto dopo tangentopoli, e subito prima, non ha impedito che le cose cambiassero, semplicemente perché il malcostume, la corruzione e la concussione, erano allora – e sono adesso – i mali del sistema, non il sistema stesso. C’è chi ha costruito, o ha provato a farlo, le sue fortune sulle macerie di quella parte del nostro tempo. E c’è chi è stato costretto a un cambiamento di facciata pur di continuare a difendere la propria parte di interessi.
La “discesa in campo” di Berlusconi, come lui stesso l’ha definita, ha inciso in maniera fondamentale sul cambiamento del modo di fare politica in Italia, rappresentando un’eccezione rispetto a come eravamo abituati a vedere i fatti della politica stessa. Per la prima volta è accaduto che un imprenditore di successo abbia scelto di agire direttamente, non attraverso un referente. Poteva essere Fini, ma non erano mature le condizioni. Poteva essere Segni, e le condizioni erano ottime, potevano essere altri. Con la potenza mediatica della quale già disponeva, Berlusconi avrebbe potuto, in quella fase di svolta che è stata impropriamente definita come l’inizio della seconda repubblica, appoggiare i contenuti di facce e movimenti nuovi o presunti tali, senza intervenire nelle problematiche del Paese in prima persona. La novità vera, allora, è stata questa sua scelta di agire senza maschere, che ha spiazzato i suoi avversari politici, disarmandoli. Un modo nuovo di proporsi, proprio di una persona che proviene dal mondo del lavoro e non dalle segreterie dei partiti, come D’Alema, Fassino, Rutelli, Veltroni. Quella novità è stata colta dagli elettori. Oggi, una persona che continua a giocare sull’informazione acritica [ http://altreidee.wordpress.com/2008/06/28/informazione-libera-e-ricezione-critica-e-consapevole/ ] come Marco Travaglio, anche lui, fa notare come Silvio Berlusconi abbia vinto le sue prime elezioni senza utilizzare gente degli apparati della politica, con volti nuovi; aveva anche una struttura organizzata che dava lezioni di capacità comunicative ai candidati di allora, stante il loro venire da altre espressioni della società. Lo fece perché ci credeva e alcuni, tanti, di loro sono rimasti, poi.
Incapace di darsi delle idee per venire incontro alle reali e pressanti esigenze del Paese, la sinistra, di allora e di adesso, su questa novità importante ha provato a costruire non qualcosa che fosse espressione dei suoi valori, che esistono e che, a volte, è bene che siano rappresentati all’interno di una sana democrazia, ma un insieme di iniziative contro questa che era, ed è, una vera svolta nel modo di intendere la politica. Prima con la fuoruscita della Lega e di Mastella, poi con il contributo di Scalfaro e il doppio gioco di Dini, la sinistra ha tappato le falle della prima bruciante sconfitta. Nel 1996 vinse su quell’onda lunga, con un cartello vastissimo che traeva il suo punto di unione nell’essere anti Berlusconi, e che rivelò gli stessi limiti dell’ultimo governo Prodi, quello venuto fuori dalle elezioni dell’aprile 2006: qualsiasi intervento correttivo o strutturale per il Paese bloccato dai veti incrociati di partiti o movimenti politici in antitesi tra loro, soltanto coalizzati per vincere, ma privi di un legame volto a dare definizione a un progetto comune per il benessere e lo sviluppo, per la natura stessa delle loro idee totalmente diverse tra loro. Non vai da nessuna parte, così nella vita come anche in politica, se non hai idee tue, se non poni le condizioni per portare avanti un percorso che derivi da un tuo progetto funzionale a quel che ti proponi, se agisci soltanto contro qualcuno o qualcosa. La sinistra ha snaturato se stessa, come scrivevo sopra, mettendo in atto un grave suicidio politico. Ha smesso di ascoltare le istanze della parte del Paese che aveva riposto la sua fiducia in essa e si è preoccupata solamente di contrastare, a priori, il successo di chi, con intelligenza, aveva compreso che non era più tempo per una politica lontana dalle richieste di chi vive e lavora ogni giorno nel mondo reale e non negli apparati burocratici di partito.
  
La sinistra ex comunista, quella di Bertinotti, Diliberto, Marco Rizzo, ha smesso di essere il punto di incontro delle istanze di un mondo del lavoro che è cambiato, senza che loro stessi se ne accorgessero e sapessero sostenerne le voci. La sinistra del Pds, poi Ds, poi PD ha continuato a rappresentare interessi privati che non hanno potuto, né saputo, per il loro stesso essere tali, tenere conto di altre istanze, sempre del mondo professionale, produttivo e del lavoro. La classe operaia si è sentita tradita, non ha più trovato i riferimenti che chiedeva nel territorio, non ha più potuto esprimere la parte di sé che continua invece a essere e a esistere nella realtà del Paese. L’altra sinistra, quella ex democristiana, ha provato a convivere con alleati di cartello, senza poter mai incidere con un suo ruolo specifico nel progresso, che avrebbe potuto esserci, se quello che abbiamo chiamato centro sinistra avesse racchiuso in essere un’alleanza strutturale e non formale: il risultato è stato che i governi Dini, Prodi, D’Alema, come ho scritto sopra, non hanno saputo operare scelte strategiche e di lungo respiro per il futuro, fermando il loro limite a una mera gestione, che non è riuscita ad accontentare nessuna delle aspettative del loro stesso elettorato, proprio per il meccanismo dei veti incrociati e dei conflitti tra le varie anime che ne costituivano le componenti, tenute insieme soltanto dall’antiberlusconismo. Questo non è agire per il bene comune, questa è vecchia e insana gestione della politica.

 

 

Sembrava che Veltroni avesse intenzione di dare una sferzata, rompendo con i quasi quindici anni che hanno preceduto la nascita del PD, ma, in questi giorni, si sta rivelando come il tentativo di un’operazione di facciata. Il dialogo va costruito con le proposte e con le idee. Non si può – provenendo da una coalizione che, avendo vinto con un minimo scarto alle scorse elezioni, ha fatto man bassa di cariche e incarichi, di poltrone e sottopoltrone, di controllo sull’informazione pubblica – pretendere di avere un dialogo senza mettersi in gioco e proporsi costruttivamente e, soprattutto, sul piano di una larga visione del futuro, lungimirante e non miope. Specie se si è perso nel modo in cui si è perso, non con lo scarto di voti di un quartiere, come accadde a Berlusconi nel 2006. Gli elettori hanno scelto con chiarezza e senza che ci fossero dubbi sul tipo di indirizzo che deve assumere il sistema Paese per il futuro. La sinistra, sempre utile in una democrazia compiuta, può, adesso, decidere di prendere atto dei fatti e delle cose – e, pure, della netta sconfitta – e dismettere i panni finora indossati, preferibilmente con volti nuovi che riescano dove hanno mostrato, con altrettanta e diversa chiarezza, i loro limiti gli attuali dirigenti e burocrati. Oppure continuare a chiudersi in un mondo proprio e irreale, perdendo ancora consensi, tutti quelli di coloro che avvertono, perché la vivono, a volte anche sulla pelle, la realtà di questo periodo.

..note di giorno… Qualcuno la chiama la “casta” dei politici..

Pubblicato in Politica da altreidee il Giugno 29, 2008
Privilegi della politica, informazione libera e informazione critica… un post lungo, che sembra uscire fuori dal tema… ma è solo che la libertà, a volte, va controtendenza…
 

A volte la libertà è in controtendenza con la direzione che il dibattito sembra prendere in una comunità di persone, costituita in società. Si parla, da tempo ormai, dei privilegi della politica, della “casta” dei politici, perdendo di vista il senso della realtà, dimenticando che la politica è l’espressione di una società civile costituita in una organizzazione, che sia statale o di ambito locale. In questo senso, la politica dovrebbe muovere il percorso della società stessa, fornendo un indirizzo, dando risposte ai bisogni collettivi, interpretando le istanze della vita di tutti i giorni, anche delle minoranze, creando i presupposti per lo sviluppo, senza tralasciare i quesiti di carattere morale che nel tempo subiscono variazioni e affrontano tematiche sempre diverse, tutte attuali. La politica intesa come motore per il benessere della collettività, come confronto aperto alle ragioni presenti nelle diversità di pensiero, come fonte di sintesi che sappia tener conto dei punti di partenza che nascono da angolazioni diverse e possono convergere nutrendosi delle opinioni liberamente espresse da posizioni differenti. Una informazione libera è la base di una democrazia compiuta. Ma anche una lettura critica dell’informazione. Una società è un insieme di individui e ciascuno, nel corso della sua vita, sviluppa un modo di pensare che gli è proprio, con i suoi convincimenti e i suoi ideali. A prescindere dalla libertà di chi scrive o riferisce qualcosa, nel senso della non appartenenza a gruppi di potere o a editori il cui intendimento è teso ad appoggiare quei gruppi di potere o a sostenere interessi economici di parte, quel che viene scritto o detto subisce la naturale modifica che nasce da quel modo di pensare, da quei convincimenti, da quegli ideali. Se la lettura o l’ascolto sanno tenere conto della fonte, se sanno mettere a confronto i resoconti e i commenti diversi, se riescono a recepirli realizzando una conversione in una sintesi propria di ognuno, a prescindere dalla libertà dell’informazione, può esserci una lettura o un ascolto critico dell’informazione stessa. Che ha un valore fondamentale per il verificarsi delle condizioni che determinano una democrazia compiuta. Il nostro Paese presenta un po’ un’anomalia, rispetto alle considerazioni che faccio sopra. La notiamo tutti i giorni, quale che sia l’argomento oggetto della nostra attenzione o del nostro interesse. E’ spesso difficile conoscere l’aspetto e l’essenza di qualcosa, ma non i giudizi, i commenti, il resoconto dei commenti:accade sfogliando le pagine di un quotidiano, di una rivista, o vedendo un telegiornale, o visitando le pagine web di un sito, sulla rete. Se, ad esempio, si vota in Parlamento un emendamento a un articolo di legge, sui giornali, in televisione e purtroppo anche su internet, che pure viene presentato come un mezzo che fornisce maggiori possibilità di ricerca e di approfondimento, troveremo resoconti, commenti, interviste, reazioni, pareri favorevoli o contrari e tutto quel che può scaturire dalla discussione inerente l’emendamento oggetto del dibattito parlamentare, tranne l’emendamento stesso o almeno le informazioni, seppure generiche, su quel che è previsto nei termini. Probabilmente questo può accadere nel nostro Paese perché non c’è la predisposizione a favorire un ascolto e una lettura critica delle notizie, perché non è così presente, in essere, una capacità di sintesi comprensiva individuale nella loro ricezione e nella correlazione col pensiero che si lega ad esse. E’ in atto un forte attacco a coloro che operano nel mondo dell’informazione ed è contestato vivamente il finanziamento pubblico all’editoria. Ma chi conduce questa battaglia per un’informazione libera o, almeno, più libera, dimentica di condurre, con la stessa energia, una battaglia per la diffusione di una ricezione attenta e critica, lucida e consapevole, propria ed autonoma. L’opinione pubblica viene troppo spesso citata e presa in considerazione… l’opinione pubblica si può orientare e indirizzare, le si può far vedere o credere una cosa piuttosto che un’altra… Invece l’opinione propria di ciascuno, sintesi dell’intelligenza della diversità delle fonti e del modo di raccontare, critica del proprio pensiero sulla possibilità di conoscenza del fatto che genera la notizia – nell’esempio di sopra il testo dell’emendamento – non è facile da manipolare. Un percorso di libertà non contesta il finanziamento all’editoria, né l’ordine dei giornalisti, né la spartizione vergognosa delle poltrone e dei direttori di testata nelle televisioni… un percorso di libertà cerca di porre le basi perché non accada che la persona sia considerata numero, che l’individuo sia considerato elettore. L’ordine dei giornalisti può esistere nel senso che chi opera nell’informazione debba avere un organo a cui rispondere del proprio operato, oltre che alla legge. Il finanziamento pubblico alle società editrici “pure”, cioè non di proprietà di soggetti o società che abbiano interessi in altri settori dell’economia, può offrire le condizioni affinché chi investe nell’informazione non abbia ad esporsi al rischio di dover soggiacere a pressioni o, per l’appunto, interessi di forti gruppi economici o di lobbies o di movimenti politici. La televisione pubblica ha subìto da sempre le ingerenze della politica. Ha fatto il bello e il cattivo del nostro tempo, ha agito in regime di monopolio. Poi, la tecnologia, come altre volte è accaduto nella storia, è venuta incontro, con le opportunità che è in grado di offrire, alle istanze di pluralità di vedute e di libertà d’espressione, con la nascita delle tv private che ha interrotto la solitaria egemonia del prodotto offerto dalla tv di stato. Già quella poteva essere l’occasione per l’abolizione del canone obbligatorio, che è ancora oggi l’unico motivo per cui la RAI si permette di avere questo tipo di telegiornali e questo tipo di programmi di informazione. Ma, come oggi, non è accaduto perché la politica ha troppi interessi sulla RAI. E’ arrivata una nuova possibilità adesso, offerta sempre dalla tecnologia, e si chiama digitale terrestre. Questa è l’occasione per liberare la RAI dalle interferenze della politica. Il canone RAI è una tassa iniqua, la RAI entri sul mercato, si confronti con la realtà produttiva, smetta di farsi privilegio della rendita di posizione che le viene offerta dai tributi derivanti dall’imposizione del canone. C’è il digitale, si acceleri la chiusura delle trasmissioni in analogico… la RAI vada, come tutte le altre televisioni, sul digitale, con la possibilità di esser vista a pagamento tramite l’acquisto di una carta prepagata, che abbia valore temporale, di un mese o di un anno non importa, o anche per singoli programmi, come già avviene per altre emittenti private: non è più tempo di spartire poltrone e incarichi, la realtà è il nuovo, il digitale a pagamento abolisce due cose: l’obbligatorietà del canone e la politica dentro la RAI. Tre proposte di libertà, dunque, in controtendenza. Ma anche se parliamo della casta dei politici e dei privilegi dei politici, una autentica proposta di libertà sarà in controtendenza. Alla politica è da rimproverare l’illegalità e il malaffare. Tangentopoli ha lasciato emergere una realtà che era da sempre stata e che continua a esistere, solo che negli anni di “tangentopoli” [ne uso il termine, che per brevità ricorda quel periodo] sembrava essere tutto marcio e corrotto perché era caduto un muro, qualche anno prima, e bisognava sbarazzarsi di certi attori della scena politica, alcuni dei quali sono poi rientrati. Ma non è mai tutto uniforme, anche nell’illegalità e nel malaffare… la politica non è questo, sono le deviazioni dal compito che vanno combattute, e seriamente. I processi sommari, quelli sui media e nei bar o nelle piazze durano un tempo più stretto che non quelli sostenuti da una reale fondatezza. E un po’ si è anche voluto far finta di cambiare proprio perché nulla invece andasse a subire mutamenti. Un politico inteso come cittadino di una comunità che svolge un compito di amministrazione e governo della stessa non deve assolutamente agire nella non legalità, né nell’interesse proprio o d’altri, ove questo interesse sia esclusivo di una parte della società che rappresenta e non della totalità dei suoi componenti. Questo è quel che non deve essere un politico. Non sempre la politica ha espresso i migliori, non i tutti i ruoli, né nelle cariche. A volte a fare politica sono persone spinte da interessi non generali. Un politico opera delle scelte e dovrebbe farlo per il bene comune. Coloro che parlano di privilegi della politica e di casta dei politici su alcune cose hanno ragione, su altre ci marciano un bel po’, su altre omettono. Il CSM non deve avere membri politici.. la magistratura, in quanto potere separato dello stato, non deve avere membri aderenti a sigle di rappresentanza, deve mantenere il proprio distacco dalla politica.. i magistrati che scelgono di entrare in politica devono abbandonare la magistratura.. Solo così non accade il caso Forleo e De Magistris. Una persona che abbia dei valori e che abbia conseguito dei risultati nella vita che decidesse di fare politica per “operare delle scelte per il bene comune” dovrebbe essere posto dalla comunità in condizioni di benessere e di serenità… sono chiacchiere da bar le discussioni sui costi della politica… i veri costi della politica sono le tangenti, gli sprechi, le risorse male o inutilizzate, la miopia di certi amministratori, gli accordi sottobanco, le spartizioni… Non considero un privilegio una bella casa, l’auto con autista, i viaggi, gli omaggi agli eventi culturali e sportivi, l’uso gratuito dei mezzi per spostarsi sul territorio nazionale o nel mondo. Non considero un privilegio un lauto rimborso mensile, specialmente per un certo tipo di incarichi, per la Presidenza del Consiglio o della Repubblica, per i Sindaci, per i Governatori o Presidenti di Provincia… né considero migliore di altri un politico che rinunci volontariamente a quelle che sono definite le sue prebende. Non è questo il problema. E’ soltanto che si vuole che lo crediamo, forse per distoglierci da altre cose, sicuramente più importanti. Pensate, è vero che lo Stato si sostiene con le nostre tasse, ma se un allenatore di una qualsiasi squadra di calcio ha uno stipendio di anche nove milioni di euro – e vabbe’ che lo paga la società calcistica – perché non dovrebbe averlo un Presidente del Consiglio? E, soprattutto, credete che saremmo al punto in cui ci troviamo se i guai fossero derivati “soltanto” da quelli che vengono definiti privilegi? Lo scrivevo in un post del 20 maggio, è che molti sanno di poter esistere fintanto che danno contro qualcosa o qualcuno, ma non hanno nessun vero ideale che li spinga in una direzione piuttosto che in un’altra.

Voto di preferenza

Pubblicato in Politica da altreidee il Giugno 29, 2008

La mia città è stata tappezzata da manifesti elettorali, le locandine si trovavano dappertutto, la cassetta della posta è stata riempita di lettere con indicazioni di voto su questo o quel candidato. Rifletto e penso. Ricordo le iniziative per l’abolizione del voto di preferenza del passato, ormai dimenticato. Agevola il voto di scambio, si diceva, la promessa di favori di carattere personale piuttosto che sul piano dello sviluppo sociale. Serve, si diceva, a quantificare il peso dell’uno o dell’altro candidato all’interno del gruppo di appartenenza, ad alimentare le lotte interne per il potere, piuttosto che la prevalenza di una linea politica da seguire. Tutte cose dimenticate. Oggi sono in molti a lamentare, per le elezioni di Camera e Senato, la mancanza del voto di preferenza. Si dice che, in questo modo, il cittadino non può scegliere a chi dare il proprio voto, come se per essere presente in lista un candidato qualsiasi non avrebbe difficoltà a farlo. E’ un falso problema, perché, nei fatti, non è possibile riuscire a entrare in una quale che sia lista che si presenti alle elezioni… basta vedere le amministrative o regionali, nelle quali continua a esistere il voto di preferenza ma non esiste ancora la possibilità di far parte, a richiesta, di una lista in cui ci si riconosca idealmente. E’ più facile, seppur con innumerevoli ostacoli e problemi, presentare una lista che accomuni persone e ideali e idee ma è impossibile entrare a far parte di una lista qualsiasi senza sottostare alla disponibilità di chi decide per la lista. Eppure si è parlato e si continua a parlare di incostituzionalità del voto, si continua a porre questo finto problema, quello della mancanza del voto di preferenza. Basta leggere, a proposito di regionali e amministrative, i commenti e i resoconti degli appartenenti a un movimento o a un partito, o ascoltarne i dialoghi, per comprendere a cosa serve davvero il voto di preferenza e cosa comporta in termini di accordi nascosti e di intese sottobanco. Il vero problema è la difficoltà di una partecipazione realmente diretta alla vita politica del Paese e, per le realtà locali, alla vita della comunità. Anche Beppe Grillo, che è tra coloro che pongono questo falso problema, ha potuto mettere in corso delle liste civiche poste in essere dai meet-up che aderiscono attraverso il suo blog alle tematiche del suo pensiero. Sa, anche lui, di essere un demagogo imbonitore, sa anche lui che è stato più facile presentare una lista piuttosto che inserire in movimenti o partiti esistenti persone vicine al suo pensiero. E anche lo sbarramento è un falso problema. Perché lo sbarramento, nella concretezza dei fatti, impedisce alla maggioranza della comunità di persone di soggiacere a veti e no che paralizzano e hanno paralizzato lo sviluppo della società civile.

riflessioni dopo il voto a Catania.. indicazioni per il futuro di valenza in ambito nazionale

Pubblicato in Politica da altreidee il Giugno 29, 2008

Il dato elettorale alle amministrative di Catania pone delle riflessioni che avevo anticipato in altri miei precedenti post. Se analizziamo il voto mettendo a confronto i dati della Provincia e del Comune, risultano evidenti i temi che ho provato ad anticipare nelle settimane e nei mesi scorsi.

Alla Provincia il candidato eletto Presidente, Giuseppe Castiglione, ha ottenuto il 77,62% dei voti con il sostegno del PDL, dal quale proviene [Forza Italia], dell’UDC, del Movimento per l’Autonomia (MPA), della sua lista “Per Castiglione Presidente”, della lista Sicilia forte e libera – Raffaele Lombardo, dei Democratici Autonomisti e di Nello Musumeci per la Provincia. In questa vittoria il 29,2% è dato dalla somma di MPA e altre liste autonomiste, il 35,26% è la somma dei voti di PDL e della lista omonima, l’8,46% UDC e il 7,46% Lista Nello Musumeci per la provincia. Al comune Raffaele Stancanelli ha ottenuto il 54,59% dei voti con la stessa composizione di alleanze, tranne la lista Nello Musumeci Sindaco che, da sola, ha ottenuto il 25,16% dei voti. Il 28,357% è il sostegno ottenuto dai voti del PDL e della lista omonima, Per Stancanelli Sindaco, il 33,984% MPA e movimenti autonomisti, il 5,564% UDC.

Come ho già scritto, la costituzione del PDL ha avuto un successo, a livello nazionale, di risultati e di indicazioni da parte degli elettori, che hanno detto la loro in modo inequivocabile. L’accordo con la Lega, al nord, è stato la naturale prosecuzione di un cammino che ha visto sempre vicine le posizioni degli alleati di governo. L’accordo con l’MPA si è rivelato un errore politico. In questo Catania è essenziale per il tipo di analisi, perché è la città da cui nasce il movimento di Raffaele Lombardo, che, come ho già scritto, è una creatura politica che non è radicata nel territorio, ma basata su un sistema di gestione e di conduzione delle adesioni, come risulta evidente se andiamo a confrontare il dato della città etnea con quello, ad esempio, di Palermo, dove l’MPA si ferma al 12,10% contro il quasi 34% di Catania, città in cui supera il poco più che 28% ottenuto dal PDL . Del resto il dato più alto del movimento autonomista del Presidente Lombardo arriva a quasi il 23% ad Agrigento – sempre a spese del PDL – e supera o si avvicina al 15% nelle altre province. “E’ quasi imbarazzante l’assenza del centrosinistra in Sicilia”, ha dichiarato, a margine della conferenza stampa per la candidatura dell’UDC Giovanni Avanti alla Provincia di Palermo, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al CIPE, Gianfranco Miccichè. Io credo che sia stata un’occasione mancata, come ho già scritto in altri post, per una maggiore incisività dell’azione di governo e che sia altrettanto imbarazzante aver creato i presupposti perché da Catania, con la visibilità che ne è conseguita, l’MPA potesse ampliarsi anche nelle altre province, superando il PDL di quasi sei punti percentuali nella città di origine del movimento. D’altronde, dal suo ruolo di Presidente della Provincia, Lombardo, da buon politico qual è, ha mostrato nel recente passato di saper fare tesoro della sua posizione per porre le basi dello sviluppo futuro della sua creatura. Farà lo stesso dal suo nuovo ruolo di Governatore e i risultati gli danno già ragione. Era necessario? Su un dato nazionale così chiaro, sulla spinta di questo vento di libertà e di voglia di semplicità e chiarezza, di sfoltimento delle liste e dei partiti, sulla vittoria sicura del centrodestra e del PDL di Berlusconi, è valsa davvero la pena di inserire nel gioco anche l’MPA, creando le opportunità di un suo ulteriore rafforzamento? Perché, come è accaduto [da Vice-Sindaco a Presidente di Provincia a Governatore della Regione], così sarà ancora. E Raffaele Lombardo saprà far valere il suo peso, in un futuro non lontano, anche a livello nazionale. Dopo le lamentele su Casini e Follini, e sugli ostacoli o freni all’azione di governo nel quinquennio del Berlusconi Ter, occorreva formare un’altra pedina di valore, con le conseguenti istanze che ne derivano, nella nuova alleanza tra AN e Forza Italia? Il vento spirava per una netta vittoria del PDL, anche senza l’MPA, che ne sarebbe uscito ridimensionato e non avrebbe avuto, come ha adesso, testando il suo peso già in queste amministrative, l’occasione di rafforzarsi.

Cambiando l’obiettivo dell’analisi, sempre su Catania, il dato di Musumeci è impressionante e supporta il ragionamento sulla voglia di semplicità e chiarezza resa manifesta dagli elettori anche in aprile: il 25,16% della sua lista si avvicina al 28,357% complessivo del PDL, ma la sua candidatura è stata resa nota soltanto poco prima della fine di maggio e la sua campagna elettorale ridotta, nei mezzi e nel tempo. Una lista basata sulla persona, sul suo passato di saggio amministratore della cosa pubblica, che ha lasciato un segno senza dover tessere un sistema di adesioni e di gestione del potere, l’opposto del modo in cui ha costruito la sua forza l’MPA. Il dato deve fare riflettere il centrodestra. Quel 25% pieno di Nello Musumeci, è una persona su 4 che pensa in proprio, a prescindere dal lavoro sul territorio delle segreterie e dei circoli, e a prescindere, soprattutto, dal traino delle altre tornate elettorali o delle scelte sulla collocazione nel centrodestra. E’ un dato che dice chiaramente che la lista di Musumeci non ha sottratto voti a sinistra ma a destra. Castiglione al 77,62% compresi i voti della lista “Con Musumeci per la provincia”: Stancanelli al comune si ferma al 54,59% che con i voti di Musumeci sarebbe stato un 79,75% , cioè in termini percentuali quasi la stessa espressione di consenso. Questa è una deduzione troppo facile perché non se ne apra una discussione all’interno di chi opera le scelte nello schieramento di centrodestra.

Altro dato importante. Il 25% di Musumeci, quell’uno su quattro che prescinde da indicazioni, appartenenze e traino elettorale, è il segno dell’inutilità del voto di preferenza che i demagoghi alla Beppe Grillo e Marco Travaglio e Antonio Di Pietro vorrebbero reintrodurre. La candidata della lista civica che si rifà al Meet-up dei grillini si è fermata ben al di sotto dell’1%. Il voto di preferenza non offre al cittadino la possibiità di essere presente in una lista. Ma quel 25%, 1 su 4, racconta dell’importanza, invece, delle primarie all’interno dei partiti, che oltre ad assicurare la libertà di scelta agli elettori rappresenterebbero per i partiti stessi la possibilità di verificare in anticipo la solidità delle loro liste. E, infine, quel quarto dei votanti è il segno dell’importanza della rete per la visibilità e il dialogo con gli elettori per il prossimo domani. In questo, Nello Musumeci, dopo averlo fatto per tanto tempo prima delle elezioni, ci ha creduto, poi, in campagna elettorale, meno di quanto avrebbe dovuto.

Ma è anche questo il futuro. Primarie e dialogo sulla rete.

Potrebbe sembrare il voto di una città alle comunali e alle provinciali. Ma è invece uno spunto da cui imparare. E’ passato del tempo. Ma continuo a chiedermi ancora come sarebbe andata con un centrodestra a candidare alla Regione Sicilia un Gianfranco Miccichè o una Stefania Prestigiacomo. E continuo a darmi la stessa risposta: avrebbe stravinto, ma senza perdere posizioni, né porre le basi per perderne ancora in futuro.

…prima del voto a Catania.. Politica, credibilità & chiarezza

Pubblicato in Politica da altreidee il Giugno 29, 2008

Sarebbe più credibile un governo regionale che scegliesse gli assessori per le loro competenze, piuttosto che prima di decidere quali deleghe assegnare loro.
Sarebbe stata un’occasione unica, come ho scritto nelle mie “Note di notte” del 5 maggio, quella di andare compatti solo con il PDL, come è stato per le elezioni nazionali, alle elezioni in Sicilia.
Quel che è stato nei giorni dal dopo voto ad adesso è sotto gli occhi di tutti.
A Catania, per la candidatura a Sindaco, tra Raffaele Stancanelli e Giovanni Burtone, si è inserito Nello Musumeci. Già in un sondaggio del 28 maggio, realizzato dalla stessa società che ha effettuato i sondaggi per conto del PDL alle scorse elezioni, le posizioni di Stancanelli e Musumeci sono di fatto alla pari.
Gli elettori di centrodestra hanno espresso, chiaramente, l’indirizzo che vorrebbero prendesse la linea di governo…
Il governo nazionale, senza UDC e con una inesistente presenza del MPA, è stato varato in tempi strettissimi e si è da subito messo concretamente, e benissimo, al lavoro.
Il governo della Regione Sicilia, con MPA e UDC, ha avuto mille travagli ancora in corso. E non ha iniziato i suoi lavori.
Ma, senza il PDL, Raffaele Lombardo non avrebbe avuto il successo che sembra abbia avuto, avrebbe rappresentato soltanto il ruolo di un ancora ininfluente sparring partner.
Se AN e FI avessero saputo credere di più nel PDL, cosa che continua a non avvenire a livello locale, si sarebbe potuti andare incontro a una più netta, e soprattutto più chiara, fase di rilancio e sviluppo.
Gli elettori di centrodestra si sono espressi chiaramente, a metà aprile.
Catania può essere una cartina di tornasole.
Se Musumeci fosse eletto Sindaco, sarebbero in molti a doversi ricredere su come e sul modo in cui vanno accolte le istanze dei cittadini, anche quando sono elettori.
Ho già scritto che è soltanto una mia idea.
Ma io continuo a credere che Miccichè le sapesse anche lui in anticipo, queste cose, quando ha posto in essere la sua candidatura a Governatore.
Ed è solo accaduto che Silvio Berlusconi non ha saputo ascoltarlo.

 

Riflessioni dopo il voto di aprile, scritte prima della composizione dei governi nazionale e regionale

Pubblicato in Politica da altreidee il Giugno 29, 2008

Le elezioni hanno dato delle risposte e fornito lo spunto a riflessioni e approfondimenti.
I pensieri si svolgono nella mente, poco per volta.. sono tante le cose da capire, alcune saltano troppo in evidenza e, proprio per questo loro essere palesi, meritano una meditazione più consapevole.
Il successo della Lega Nord ha una chiave di lettura doppia.. come dichiarato da Maroni, in una intervista, non è soltanto una forte espressione del radicamento territoriale e della voglia di federalismo.. è la prima volta, infatti, che la Lega vede un così ampio convergere di consensi in una tornata elettorale in cui ha manifestamente aderito al progetto di alleanza con il PDL.. è stato premiato anche questo apparentamento, questa adesione preventiva e manifesta.
Le scelte di Veltroni hanno messo fuori gioco l’inconsistenza degli uomini che hanno rappresentato la leadership a sinistra..
Non è venuto meno il profondo valore delle idee che a sinistra possono dare un contributo allo sviluppo della società in Italia, è stato azzerato questo modo di fare politica a sinistra, non è stata premiata la condotta politica dei Bertinotti, dei Rizzo, dei Diliberto, dei Pecoraro Scanio.. troppo vacui e privi di un aggancio che sia reale con i credi autentici che sono propri delle istanze e delle idee a sinistra.
Le scelte di Berlusconi hanno escluso dai giochi l’UDC di Casini, hanno reso velleitari i proponimenti di Tabacci e dei suoi, hanno reso possibile il cammino, che sembrava un po’ forzato, almeno nelle modalità in cui è nato nella stessa idea, del PDL.
In Sicilia, il movimento di Lombardo ha ottenuto larghi consensi.
Su questo, prima che le scelte per la costituzione del governo siano ufficiali, vogliono appuntarsi le note di questa notte.
L’MPA di Raffaele Lombardo non nasce da un radicamento territoriale, non nasce da un uomo che ha fatto della sua vita un impegno per la conduzione dei propri ideali, non ha l’afflato che ha accompagnato le rivendicazioni, a Nord, della Lega e del suo uomo più rappresentativo, Umberto Bossi. L’MPA, in Sicilia, nasce dal tessere del sistema di potere e di adesioni che il suo ideatore ha saputo impostare, nel tempo. Non è sentito dalle persone, non appartiene a degli ideali, si basa su un lavoro di conduzione del potere e di gestione, appunto, delle adesioni.
Che sia vera o non vera l’inchiesta di Alfio Sciacca sul Corriere, che siano vere o non vere le voci sul conto del Presidente Lombardo, non importa.. non è un giudizio di legalità o meno, può anche essere e, fino a prova contraria lo è, tutto pienamente legittimo, senza alcun illecito.
Non è questo il punto, non dal mio punto di vista.
Per quello che è nelle note di stanotte, io parto dal presupposto che Raffaele Lombardo sia un galantuomo.
Il mio ragionamento è soltanto di opportunità politica.
I numeri, e i fatti, hanno dimostrato che anche una legge elettorale come quella per l’elezione della Camera e del Senato, giudicata come inefficace a garantire stabilità e governabilità, risulta ininfluente nel momento in cui rivela esserci, sul territorio nazionale, una forte maggioranza, a prescindere che sia in un senso o nell’altro.
Le scelte a presentarsi al voto con maggiore chiarezza che nel passato hanno dato la possibilità agli elettori di esprimere nell’urna la loro adesione a un progetto, quale che sia, di destra o di sinistra o di centro. In questa tornata è stata premiata la creazione del PDL, poteva essere altrimenti, ma l’elettore, davanti alla possibilità di compiere una scelta con chiarezza, ha mostrato di riuscire a esprimersi, con precise indicazioni sulla volontà di quale maggioranza.
Se, a livello nazionale, l’esclusione di Casini, da una parte, e della Sinistra Arcobaleno, dall’altra, hanno avuto le risposte del corpo elettorale, in Sicilia, a livello locale, nell’ambito delle elezioni per la scelta dei rappresentanti all’ARS e del Governatore, hanno lasciato inespresse istanze e chiarezza.
Il voto a Lombardo è stato il voto al PDL, questo, credo, pure lo stesso Lombardo, dentro di sé, ha coscienza di sapere.
Né può essere lui, che non ha una sua storia personale a proposito di istanze autonomiste, a rappresentare qualcosa in cui egli stesso non ha creduto nel suo passato politico, essendo chiaro, a chi vive in Sicilia, che l’MPA è più una creatura politica che qualcosa che nasce, come accade per la Lega al Nord, dal territorio e nel territorio.
A proposito di semplificazione della vita politica, in breve, l’apparentamento tra PDL e Lega è stato necessario al Nord e, soprattutto, è stato premiato dal voto, un po’ in tutte le regioni della Padania.
L’apparentamento tra PDL e MPA al Sud, invece, è stato un errore politico di Berlusconi ed è stato apparentemente premiato, infatti, soltanto in Sicilia, dove il movimento di Lombardo ha tessuto la sua rete di contatti e adesioni.
Questo, tra l’altro, ha coinvolto l’UDC di Casini e Cuffaro, cooptandoli nella vittoria.
Ma, a parte tutti i meriti o demeriti di Lombardo e tutti i meriti o demeriti di Casini e Cuffaro, senza alcun riferimento a vicende giudiziarie vere o presunte, che non sono nelle intenzioni e nello spirito di queste note, il PDL ha perso l’occasione di stravincere le elezioni regionali presentandosi come PDL in quanto tale.
Forse era questa l’idea di Gianfranco Micciché, nei suoi colloqui con Berlusconi a Roma, nei giorni prima che la scelta ricadesse su Lombardo.
Forse.
Io, qui, scrivo soltanto la mia idea.
E, già in quei giorni, scrivevo di quanto fosse un grave errore “politico” l’alleanza tra PDL e MPA, perché prevedevo, così come ancora, che Lombardo avrebbe fatto pesare, oltre i limiti del risultato elettorale venuto fuori dalle espressioni di consenso, il suo ruolo all’interno dell’accordo.
Il PDL avrebbe vinto a mani basse anche senza l’MPA di Lombardo.
Avrebbe escluso definitivamente dai giochi Casini.
Avrebbe rivelato, con i numeri, l’inconsistenza elettorale di Lombardo e dei suoi dell’MPA.
Avrebbe avuto due legami in meno nel processo di sviluppo per l’Isola e per il Sud, a proposito di quando Berlusconi lamenta di non aver potuto attuare una parte del suo programma, nella scorsa legislatura, proprio per certe pressioni dei suoi alleati, riferendosi dichiaratamente a Casini.
Questo è quel che penso.
Senza troppa presunzione, credo che questo lo sapesse Gianfranco Micciché, anche in quei giorni di serrati colloqui a Roma, purtroppo senza esito.
Berlusconi non è nato né vive in Sicilia, non poteva saperlo, ma poteva informarsi meglio.
Ci si allea con chi condivide, con chi costruisce, o intende costruire, un percorso insieme, come accade con la Lega o con la unificazione di AN e Forza Italia.. più difficile è allearsi con chi, anziché ringraziarti per la visibilità acquisita, sa chiederti il conto del suo peso elettorale ottenuto grazie a te, per di più, e per beffa sulla realtà.
Oggi abbiamo un Parlamento nazionale con tre o quattro partiti.
Potevamo avere un governo regionale solo di PDL, se non ci fossero state inutili e ostili divisioni interne, dichiaratamente portatrici di un boomerang politico forse pesantissimo da ricevere in ritorno.
Questo per quanto riguarda il PDL.
Potevano anche essere altre le espressioni di voto, pure rispettabili.
Ma Lombardo era fuori dal gioco.
E Berlusconi lo ha messo in campo e fatto vincere, facendo del male politico a se stesso.
Forse mi sbaglio, ma, ribadisco, credo che Gianfranco Micciché lo sapesse e lo sappia questo.
A qualcuno può sembrare che ne esca sconfitto, per ora.
Ma non è così.
Le risposte che arrivano nel tempo contribuiscono a scrivere la storia.
Che è fatta di una serie di accadimenti, mai di uno solo slegato dalla successione degli altri.