Politica & Società

Sicilia… Ma chi sta, poi davvero, con Miccichè?

Pubblicato in Politica da altreidee il Dicembre 19, 2008

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Le risposte arrivano sempre, quando a domandarsi sono le considerazioni che sappiamo fare, provando a guardare in anticipo a cosa accadrà nel tempo. Dopo le elezioni di metà aprile, prima che il nuovo Presidente decidesse della composizione della sua Giunta per il governo della Sicilia, scrivevo: “L’MPA di Raffaele Lombardo non nasce da un radicamento territoriale, non da un uomo che ha fatto della sua vita un impegno per la conduzione dei propri ideali; non ha l’afflato che ha accompagnato le rivendicazioni, a Nord, della Lega e del suo uomo più rappresentativo, Umberto Bossi. L’MPA, in Sicilia, nasce dal tessere del sistema di potere e di adesioni che il suo ideatore ha saputo impostare. Non è sentito dalle persone”.
E ancora: “Il mio ragionamento è soltanto di opportunità politica. I numeri, e i fatti, hanno dimostrato che anche una legge elettorale come quella per l’elezione della Camera e del Senato, giudicata come inefficace a garantire stabilità e governabilità, risulta ininfluente nel momento in cui rivela esserci, sul territorio nazionale, una forte maggioranza, a prescindere che sia in un senso o nell’altro. Le scelte a presentarsi al voto con maggiore chiarezza che nel passato hanno dato la possibilità agli elettori di esprimere nell’urna la loro adesione a un progetto, quale che sia, di destra o di sinistra o di centro. In questa tornata è stata premiata la creazione del PDL, poteva essere altrimenti, ma l’elettore, davanti alla possibilità di compiere una scelta con chiarezza, ha mostrato di riuscire a esprimersi, con precise indicazioni sulla volontà di quale maggioranza. Se, a livello nazionale, l’esclusione di Casini, da una parte, e della Sinistra Arcobaleno, dall’altra, hanno avuto le risposte del corpo elettorale, in Sicilia, a livello locale, nell’ambito delle elezioni per la scelta dei rappresentanti all’ARS e del Governatore, hanno lasciato inespresse istanze e chiarezza. Il voto a Lombardo è stato il voto al PDL, questo, credo, pure lo stesso Lombardo, dentro di sé, ha coscienza di sapere. Né può essere lui, che non ha una sua storia personale a proposito di istanze autonomiste, a rappresentare qualcosa in cui egli stesso non ha creduto nel suo passato politico, essendo chiaro, a chi vive in Sicilia, che l’MPA è più una creatura politica che qualcosa che nasce, come accade per la Lega al Nord, dal territorio e nel territorio. A proposito di semplificazione della vita politica, in breve, l’apparentamento tra PDL e Lega è stato necessario al Nord e, soprattutto, è stato premiato dal voto, un po’ in tutte le regioni della Padania. L’apparentamento tra PDL e MPA al Sud, invece, è stato un errore politico di Berlusconi ed è stato apparentemente premiato, infatti, soltanto in Sicilia, dove il movimento di Lombardo ha tessuto la sua rete di contatti e adesioni. Questo, tra l’altro, ha coinvolto l’UDC di Casini e Cuffaro, cooptandoli nella vittoria. Ma, a parte tutti i meriti o demeriti di Lombardo e tutti i meriti o demeriti di Casini e Cuffaro, senza alcun riferimento a vicende giudiziarie vere o presunte, che non sono nelle intenzioni e nello spirito di queste note, il PDL ha perso l’occasione di stravincere le elezioni regionali presentandosi come PDL in quanto tale. Forse era questa l’idea di Gianfranco Micciché, nei suoi colloqui con Berlusconi a Roma, nei giorni prima che la scelta ricadesse su Lombardo. Forse. Io, qui, scrivo soltanto la mia idea. E, già in quei giorni, scrivevo di quanto fosse un grave errore “politico” l’alleanza tra PDL e MPA, perché prevedevo, così come ancora, che Lombardo avrebbe fatto pesare, oltre i limiti del risultato elettorale venuto fuori dalle espressioni di consenso, il suo ruolo all’interno dell’accordo. Il PDL avrebbe vinto a mani basse anche senza l’MPA di Lombardo. Avrebbe escluso definitivamente dai giochi Casini. Avrebbe rivelato, con i numeri, l’inconsistenza elettorale di Lombardo e dei suoi dell’MPA. Avrebbe avuto due legami in meno nel processo di sviluppo per l’Isola e per il Sud, a proposito di quando Berlusconi lamenta di non aver potuto attuare una parte del suo programma, nella scorsa legislatura, proprio per certe pressioni dei suoi alleati, riferendosi dichiaratamente a Casini. Questo è quel che penso. Senza troppa presunzione, credo che questo lo sapesse Gianfranco Micciché, anche in quei giorni di serrati colloqui a Roma, purtroppo senza esito. Berlusconi non è nato né vive in Sicilia, non poteva saperlo, ma poteva informarsi meglio. Ci si allea con chi condivide, con chi costruisce, o intende costruire, un percorso insieme, come accade con la Lega o con l’unificazione di AN e Forza Italia… più difficile è allearsi con chi, anziché ringraziarti per la visibilità acquisita, sa chiederti il conto del suo peso elettorale ottenuto grazie a te, per di più, e per beffa sulla realtà. Oggi abbiamo un Parlamento nazionale con tre o quattro partiti. Potevamo avere un governo regionale composto solo dal PDL, se non ci fossero state inutili e ostili divisioni interne, dichiaratamente portatrici di un boomerang politico forse pesantissimo da ricevere in ritorno. Questo per quanto riguarda il PDL. Potevano anche essere altre le espressioni di voto, pure rispettabili. Ma Lombardo era fuori dal gioco. E Berlusconi lo ha messo in campo e fatto vincere, facendo del male politico a se stesso. Forse mi sbaglio, ma, ribadisco, credo che Gianfranco Micciché lo sapesse e lo sappia questo. A qualcuno può sembrare che ne esca sconfitto, per ora. Ma non è così. Le risposte che arrivano nel tempo contribuiscono a scrivere la storia. Che è fatta di una serie di accadimenti, mai di uno solo slegato dalla successione degli altri. Questo mi premeva scrivere, dopo tanti giorni di silenzio, “prima” che le scelte per la composizione del governo nazionale e regionale fossero compiute”. [5 maggio 2008]
Qualcuno, adesso, sembra accorgersi di cosa non era difficile conoscere da subito.
E c’è anche qualcos’altro. Quello che lo stesso Gianfranco Miccichè rileva a proposito delle distrazioni di fondi, da e per il Sud, verso altre destinazioni, in danno dello sviluppo del meridione. I dissensi del Sottosegretario alla Presidenza con le politiche che privilegiano le infrastrutture e i contributi alle regioni che, per la loro stessa essenza, sono da traino all’economia del Paese e, quindi, richiedono quei sostegni necessari alla sopravvivenza stessa del Sistema Italia, specie adesso, in un periodo di forte crisi economica e di recessione. Il suo prendere le distanze da certe scelte del collega Tremonti, il suo considerare gli effetti futuri che verranno dalle mancate erogazioni alla ripresa delle macroaree del Sud nelle quali occorre, come sa ritenere con forza di idee, più necessaria e incisiva l’azione di supporto a nuove opportunità di crescita complessiva, nella direzione del superamento dello scalino che le separa dalle altre. Ci sono stati dei giochi di potere: Alfano, Schifani, Firrarello, hanno sospinto la candidatura di Raffaele Lombardo, che adesso sembrano contrastare nella sua azione di governo dell’Isola. Miccichè aveva, come molte altre volte, saputo guardare più lontano e comprendere in anticipo che, per lo stesso accadere delle opportunità in determinati momenti della vita politica di un Paese, tutto serviva tranne la divisione o il misurarsi del peso dei protagonisti e della forza elettorale che potevano esprimere. Ma sembrava, proprio come scrissi in quella notte di maggio, aver perso, senza che così sia stato realmente. Sempre per provare a vedere oltre le apparenze, chissà, ma è solo una domanda che faccio a me stesso, che non sia vero quanto aveva provato ad anticipare del suo pensiero in un’intervista subito a ridosso delle scorse elezioni regionali: unire le sue idee concrete di promozione di un riscatto della sua Isola e del Sud alla struttura del Movimento per l’Autonomia, per una scelta pragmatica e non di condivisione; che è comunque più vicina alla passione che ha saputo mostrare di sé nella semplicità dei fatti – ha messo la faccia e le idee nel provarci, quando ha posto al servizio della Sicilia la sua candidatura – in occasione del rinnovo dell’Assemblea regionale; rimettendoci un po’ nell’immagine, per gli aspri commenti [a volte, come quelli di Repubblica o della stessa La 7, che pure prima ne aveva messo in risalto le considerazioni, quasi sbeffeggianti] ricevuti dalla stampa e dai media e per la perdita di consensi personali, almeno nell’immediatezza del suo intelligente e consapevole adeguarsi alle scelte indirizzate da Berlusconi, scambiato per pochezza di convincimenti e che conteneva, invece, già in nuce, come accade a chi ha valore e passione politica, il sapere cosa sarebbe stato, presto o tardi, come è nei giorni di adesso. Se cade Lombardo, si va al voto. E che sia un giusto chiedere il conto all’interno del PDL; o un misurarsi – stavolta in suo favore – del reale peso politico e di idee delle componenti interne al suo partito; o, chissà – ed è, come scrivo sopra, solo una domanda – un pragmatico avvicinarsi al movimento autonomista di Lombardo; qualsiasi cosa, tra le opzioni, potrebbe essere comunque, anche in questa occasione – magari non adesso, ma tra qualche anno – un riuscire a vedere con chiarezza nel futuro che prova a condividere. Lo stesso nel quale ha mostrato di credere quando ha espresso e sostenuto la sua proposta di rinnovamento – la “rivoluzione siciliana” – che, per il destino beffardo che spesso accompagna coloro che sanno pensare a largo respiro, alcuni, nell’errata interpretazione di quella che non era affatto una rinuncia, hanno scambiato per un voltarsi indietro che non c’è mai stato.
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La chiamano libertà di dire…

Pubblicato in Libero Pensiero, Politica, Società da altreidee il Agosto 8, 2008
Epassato del tempo, riflettori spenti sulle polemiche, Piazza Navona è andata. Al di là del momento, resta una considerazione importante da fare sul modo in cui taluni ritengono di poter stabilire cosa si possa dire o fare, non considerando che lo stesso concetto si può applicare anche al loro esprimersi e che, come è stato, quando ciò accade si ha modo di assistere alla loro stizzita reazione. Così è stato per Sabina Guzzanti, per Beppe Grillo.. e altri. Il loro dire cosa può dire o fare la Chiesa in Italia, o il Presidente Giorgio Napolitano o il Ministro per le Pari opportunità, contrasta con il loro stesso apparente richiamarsi alla libertà e ai suoi valori. Polemiche a parte, non si capisce perché un ministro debba dare conto della sua vita privata e non di quel che è in grado di realizzare operando nell’ambito dell’incarico di governo che gli è stato affidato, a prescindere dal perché gli sia stato affidato, con illazioni tanto assurde quanto da dimostrare e che, comunque, non avrebbero nessun peso o valore, non per il benessere del Paese e il suo sviluppo. Non si capisce perché la CEI o il Papa non possano esprimere il loro punto di vista senza essere accusati di ingerenza, quando invece a chi, anche in modo pesantemente e volutamente scurrile e volgare, ritiene di poterlo fare, sembra che non sia consentito rivolgere critiche, se non essendo tacciati di appartenere al gruppo di coloro che non amano la libera diffusione delle idee e del pensiero.

La lettera alla Guzzanti…
Viviamo in un’epoca in cui ci sono tanti modi per far valere le nostre ragioni. Con intelligenza. L’arroganza, la supponenza, l’insulto, sono ancora al tempo d’oggi prerogativa di chi ha coscienza della sua pochezza d’argomenti e del suo poter esistere solo con la cassa di risonanza creata dalle idiozie che riesce a diffondere volutamente, mascherandole per provocazioni, a volte, come nel caso di Piazza Navona, per un presunto voler dire pane al pane e vino al vino. Basta andarsi a rileggere la sua lettera al Corriere, per sorridere di tanta presuntuosa e palese ignoranza, anzi di tanta spavalda e consapevole malafede. A volerlo fare, possiamo tutti esprimerci non nel modo che ci è proprio. Non è difficile, poi, dire le cose pane al pane e vino al vino. Chissà cosa mi risponderebbe, ma temo che userebbe uno dei tanti termini volgari di suo comune utilizzo. Bene, cara Sabina, anche una bella donna può avere un cervello e, soprattutto, un’anima. Può avere anche stile, nel non rispondere alle sue stucchevoli e retrograde false provocazioni. Il fatto che sia intelligente, non significa che non possa decidere se e con chi avere rapporti nella sua vita privata. Lei direbbe, anche orali. Ma non mi scandalizza. E’ nell’uso comune, in una coppia. Chissà, forse ne ha repulsione. Si chiama libertà. Nessuno se ne è mai occupato, a proposito di lei. Si chiama rispetto. Si chiama privacy. Si chiama farsi i fatti propri. Una persona, quale che sia, si valuta per cosa ha o non ha da dire. E’ forse diverso avere un padre senatore che spende qualche parola, pur dichiarandosi contrario, in favore delle tante fesserie che dice? Certo, lei si consola con la gente che plaude, come ha scritto… Ma non sempre al plauso segue il ricordo. Se è per questo la gente applaudiva anche i dittatori. Nel suo caso è diverso, lo so. La parola fa rima, ma il senso è tutt’altro: imbonitori..

 

..note di giorno… Qualcuno la chiama la “casta” dei politici..

Pubblicato in Politica da altreidee il Giugno 29, 2008
Privilegi della politica, informazione libera e informazione critica… un post lungo, che sembra uscire fuori dal tema… ma è solo che la libertà, a volte, va controtendenza…
 

A volte la libertà è in controtendenza con la direzione che il dibattito sembra prendere in una comunità di persone, costituita in società. Si parla, da tempo ormai, dei privilegi della politica, della “casta” dei politici, perdendo di vista il senso della realtà, dimenticando che la politica è l’espressione di una società civile costituita in una organizzazione, che sia statale o di ambito locale. In questo senso, la politica dovrebbe muovere il percorso della società stessa, fornendo un indirizzo, dando risposte ai bisogni collettivi, interpretando le istanze della vita di tutti i giorni, anche delle minoranze, creando i presupposti per lo sviluppo, senza tralasciare i quesiti di carattere morale che nel tempo subiscono variazioni e affrontano tematiche sempre diverse, tutte attuali. La politica intesa come motore per il benessere della collettività, come confronto aperto alle ragioni presenti nelle diversità di pensiero, come fonte di sintesi che sappia tener conto dei punti di partenza che nascono da angolazioni diverse e possono convergere nutrendosi delle opinioni liberamente espresse da posizioni differenti. Una informazione libera è la base di una democrazia compiuta. Ma anche una lettura critica dell’informazione. Una società è un insieme di individui e ciascuno, nel corso della sua vita, sviluppa un modo di pensare che gli è proprio, con i suoi convincimenti e i suoi ideali. A prescindere dalla libertà di chi scrive o riferisce qualcosa, nel senso della non appartenenza a gruppi di potere o a editori il cui intendimento è teso ad appoggiare quei gruppi di potere o a sostenere interessi economici di parte, quel che viene scritto o detto subisce la naturale modifica che nasce da quel modo di pensare, da quei convincimenti, da quegli ideali. Se la lettura o l’ascolto sanno tenere conto della fonte, se sanno mettere a confronto i resoconti e i commenti diversi, se riescono a recepirli realizzando una conversione in una sintesi propria di ognuno, a prescindere dalla libertà dell’informazione, può esserci una lettura o un ascolto critico dell’informazione stessa. Che ha un valore fondamentale per il verificarsi delle condizioni che determinano una democrazia compiuta. Il nostro Paese presenta un po’ un’anomalia, rispetto alle considerazioni che faccio sopra. La notiamo tutti i giorni, quale che sia l’argomento oggetto della nostra attenzione o del nostro interesse. E’ spesso difficile conoscere l’aspetto e l’essenza di qualcosa, ma non i giudizi, i commenti, il resoconto dei commenti:accade sfogliando le pagine di un quotidiano, di una rivista, o vedendo un telegiornale, o visitando le pagine web di un sito, sulla rete. Se, ad esempio, si vota in Parlamento un emendamento a un articolo di legge, sui giornali, in televisione e purtroppo anche su internet, che pure viene presentato come un mezzo che fornisce maggiori possibilità di ricerca e di approfondimento, troveremo resoconti, commenti, interviste, reazioni, pareri favorevoli o contrari e tutto quel che può scaturire dalla discussione inerente l’emendamento oggetto del dibattito parlamentare, tranne l’emendamento stesso o almeno le informazioni, seppure generiche, su quel che è previsto nei termini. Probabilmente questo può accadere nel nostro Paese perché non c’è la predisposizione a favorire un ascolto e una lettura critica delle notizie, perché non è così presente, in essere, una capacità di sintesi comprensiva individuale nella loro ricezione e nella correlazione col pensiero che si lega ad esse. E’ in atto un forte attacco a coloro che operano nel mondo dell’informazione ed è contestato vivamente il finanziamento pubblico all’editoria. Ma chi conduce questa battaglia per un’informazione libera o, almeno, più libera, dimentica di condurre, con la stessa energia, una battaglia per la diffusione di una ricezione attenta e critica, lucida e consapevole, propria ed autonoma. L’opinione pubblica viene troppo spesso citata e presa in considerazione… l’opinione pubblica si può orientare e indirizzare, le si può far vedere o credere una cosa piuttosto che un’altra… Invece l’opinione propria di ciascuno, sintesi dell’intelligenza della diversità delle fonti e del modo di raccontare, critica del proprio pensiero sulla possibilità di conoscenza del fatto che genera la notizia – nell’esempio di sopra il testo dell’emendamento – non è facile da manipolare. Un percorso di libertà non contesta il finanziamento all’editoria, né l’ordine dei giornalisti, né la spartizione vergognosa delle poltrone e dei direttori di testata nelle televisioni… un percorso di libertà cerca di porre le basi perché non accada che la persona sia considerata numero, che l’individuo sia considerato elettore. L’ordine dei giornalisti può esistere nel senso che chi opera nell’informazione debba avere un organo a cui rispondere del proprio operato, oltre che alla legge. Il finanziamento pubblico alle società editrici “pure”, cioè non di proprietà di soggetti o società che abbiano interessi in altri settori dell’economia, può offrire le condizioni affinché chi investe nell’informazione non abbia ad esporsi al rischio di dover soggiacere a pressioni o, per l’appunto, interessi di forti gruppi economici o di lobbies o di movimenti politici. La televisione pubblica ha subìto da sempre le ingerenze della politica. Ha fatto il bello e il cattivo del nostro tempo, ha agito in regime di monopolio. Poi, la tecnologia, come altre volte è accaduto nella storia, è venuta incontro, con le opportunità che è in grado di offrire, alle istanze di pluralità di vedute e di libertà d’espressione, con la nascita delle tv private che ha interrotto la solitaria egemonia del prodotto offerto dalla tv di stato. Già quella poteva essere l’occasione per l’abolizione del canone obbligatorio, che è ancora oggi l’unico motivo per cui la RAI si permette di avere questo tipo di telegiornali e questo tipo di programmi di informazione. Ma, come oggi, non è accaduto perché la politica ha troppi interessi sulla RAI. E’ arrivata una nuova possibilità adesso, offerta sempre dalla tecnologia, e si chiama digitale terrestre. Questa è l’occasione per liberare la RAI dalle interferenze della politica. Il canone RAI è una tassa iniqua, la RAI entri sul mercato, si confronti con la realtà produttiva, smetta di farsi privilegio della rendita di posizione che le viene offerta dai tributi derivanti dall’imposizione del canone. C’è il digitale, si acceleri la chiusura delle trasmissioni in analogico… la RAI vada, come tutte le altre televisioni, sul digitale, con la possibilità di esser vista a pagamento tramite l’acquisto di una carta prepagata, che abbia valore temporale, di un mese o di un anno non importa, o anche per singoli programmi, come già avviene per altre emittenti private: non è più tempo di spartire poltrone e incarichi, la realtà è il nuovo, il digitale a pagamento abolisce due cose: l’obbligatorietà del canone e la politica dentro la RAI. Tre proposte di libertà, dunque, in controtendenza. Ma anche se parliamo della casta dei politici e dei privilegi dei politici, una autentica proposta di libertà sarà in controtendenza. Alla politica è da rimproverare l’illegalità e il malaffare. Tangentopoli ha lasciato emergere una realtà che era da sempre stata e che continua a esistere, solo che negli anni di “tangentopoli” [ne uso il termine, che per brevità ricorda quel periodo] sembrava essere tutto marcio e corrotto perché era caduto un muro, qualche anno prima, e bisognava sbarazzarsi di certi attori della scena politica, alcuni dei quali sono poi rientrati. Ma non è mai tutto uniforme, anche nell’illegalità e nel malaffare… la politica non è questo, sono le deviazioni dal compito che vanno combattute, e seriamente. I processi sommari, quelli sui media e nei bar o nelle piazze durano un tempo più stretto che non quelli sostenuti da una reale fondatezza. E un po’ si è anche voluto far finta di cambiare proprio perché nulla invece andasse a subire mutamenti. Un politico inteso come cittadino di una comunità che svolge un compito di amministrazione e governo della stessa non deve assolutamente agire nella non legalità, né nell’interesse proprio o d’altri, ove questo interesse sia esclusivo di una parte della società che rappresenta e non della totalità dei suoi componenti. Questo è quel che non deve essere un politico. Non sempre la politica ha espresso i migliori, non i tutti i ruoli, né nelle cariche. A volte a fare politica sono persone spinte da interessi non generali. Un politico opera delle scelte e dovrebbe farlo per il bene comune. Coloro che parlano di privilegi della politica e di casta dei politici su alcune cose hanno ragione, su altre ci marciano un bel po’, su altre omettono. Il CSM non deve avere membri politici.. la magistratura, in quanto potere separato dello stato, non deve avere membri aderenti a sigle di rappresentanza, deve mantenere il proprio distacco dalla politica.. i magistrati che scelgono di entrare in politica devono abbandonare la magistratura.. Solo così non accade il caso Forleo e De Magistris. Una persona che abbia dei valori e che abbia conseguito dei risultati nella vita che decidesse di fare politica per “operare delle scelte per il bene comune” dovrebbe essere posto dalla comunità in condizioni di benessere e di serenità… sono chiacchiere da bar le discussioni sui costi della politica… i veri costi della politica sono le tangenti, gli sprechi, le risorse male o inutilizzate, la miopia di certi amministratori, gli accordi sottobanco, le spartizioni… Non considero un privilegio una bella casa, l’auto con autista, i viaggi, gli omaggi agli eventi culturali e sportivi, l’uso gratuito dei mezzi per spostarsi sul territorio nazionale o nel mondo. Non considero un privilegio un lauto rimborso mensile, specialmente per un certo tipo di incarichi, per la Presidenza del Consiglio o della Repubblica, per i Sindaci, per i Governatori o Presidenti di Provincia… né considero migliore di altri un politico che rinunci volontariamente a quelle che sono definite le sue prebende. Non è questo il problema. E’ soltanto che si vuole che lo crediamo, forse per distoglierci da altre cose, sicuramente più importanti. Pensate, è vero che lo Stato si sostiene con le nostre tasse, ma se un allenatore di una qualsiasi squadra di calcio ha uno stipendio di anche nove milioni di euro – e vabbe’ che lo paga la società calcistica – perché non dovrebbe averlo un Presidente del Consiglio? E, soprattutto, credete che saremmo al punto in cui ci troviamo se i guai fossero derivati “soltanto” da quelli che vengono definiti privilegi? Lo scrivevo in un post del 20 maggio, è che molti sanno di poter esistere fintanto che danno contro qualcosa o qualcuno, ma non hanno nessun vero ideale che li spinga in una direzione piuttosto che in un’altra.

Voto di preferenza

Pubblicato in Politica da altreidee il Giugno 29, 2008

La mia città è stata tappezzata da manifesti elettorali, le locandine si trovavano dappertutto, la cassetta della posta è stata riempita di lettere con indicazioni di voto su questo o quel candidato. Rifletto e penso. Ricordo le iniziative per l’abolizione del voto di preferenza del passato, ormai dimenticato. Agevola il voto di scambio, si diceva, la promessa di favori di carattere personale piuttosto che sul piano dello sviluppo sociale. Serve, si diceva, a quantificare il peso dell’uno o dell’altro candidato all’interno del gruppo di appartenenza, ad alimentare le lotte interne per il potere, piuttosto che la prevalenza di una linea politica da seguire. Tutte cose dimenticate. Oggi sono in molti a lamentare, per le elezioni di Camera e Senato, la mancanza del voto di preferenza. Si dice che, in questo modo, il cittadino non può scegliere a chi dare il proprio voto, come se per essere presente in lista un candidato qualsiasi non avrebbe difficoltà a farlo. E’ un falso problema, perché, nei fatti, non è possibile riuscire a entrare in una quale che sia lista che si presenti alle elezioni… basta vedere le amministrative o regionali, nelle quali continua a esistere il voto di preferenza ma non esiste ancora la possibilità di far parte, a richiesta, di una lista in cui ci si riconosca idealmente. E’ più facile, seppur con innumerevoli ostacoli e problemi, presentare una lista che accomuni persone e ideali e idee ma è impossibile entrare a far parte di una lista qualsiasi senza sottostare alla disponibilità di chi decide per la lista. Eppure si è parlato e si continua a parlare di incostituzionalità del voto, si continua a porre questo finto problema, quello della mancanza del voto di preferenza. Basta leggere, a proposito di regionali e amministrative, i commenti e i resoconti degli appartenenti a un movimento o a un partito, o ascoltarne i dialoghi, per comprendere a cosa serve davvero il voto di preferenza e cosa comporta in termini di accordi nascosti e di intese sottobanco. Il vero problema è la difficoltà di una partecipazione realmente diretta alla vita politica del Paese e, per le realtà locali, alla vita della comunità. Anche Beppe Grillo, che è tra coloro che pongono questo falso problema, ha potuto mettere in corso delle liste civiche poste in essere dai meet-up che aderiscono attraverso il suo blog alle tematiche del suo pensiero. Sa, anche lui, di essere un demagogo imbonitore, sa anche lui che è stato più facile presentare una lista piuttosto che inserire in movimenti o partiti esistenti persone vicine al suo pensiero. E anche lo sbarramento è un falso problema. Perché lo sbarramento, nella concretezza dei fatti, impedisce alla maggioranza della comunità di persone di soggiacere a veti e no che paralizzano e hanno paralizzato lo sviluppo della società civile.

Pensiero libero

Pubblicato in Libero Pensiero da altreidee il Giugno 29, 2008
E’ una terra che ha visto incrociarsi e crescere culture diverse, la nostra. Come un percorso nel tempo, quasi a ricordare il fiume che Hermann Hesse, nel “Siddharta”, definisce in un punto sempre uguale a se stesso, ma arricchito da quel che lo scorrere delle sue fredde acque ha saputo depositare, giorno dopo giorno. Al centro del mediterraneo, terra libera, anche nelle volte in cui ha subito dominazioni, perché, pure da quelle, ne ha tratto spazio per dare origine al confronto, mai statico, sempre in divenire. Qualcosa che è elemento della diversità, della capacità di ascoltare dal racconto della storia, che non è mai fatto di parole soltanto, ma del numero degli accadimenti che hanno svolto, come quando avviene per un rotolo, le pagine che nei secoli abbiamo saputo esprimere di noi. Ricordo, stamane, Pirandello, Sciascia, Quasimodo. C’è stato un momento che ha dovuto consegnare una parte della nostra libertà altrove, sul finire della seconda guerra mondiale. Si può soggiacere a qualcosa di più grande, ma non si perde, mai, il vero senso dello spirito che appartiene al nostro essere. Tutto ha una fine, quale che sia e quale che sia il fenomeno. Non c’è realizzazione che non nasca da una visione, da quel che la mente sa immaginare – e interpretare – prima ancora che avvenga. Sono le idee, a guardarsi indietro, a muovere il mondo e la sua storia. Nulla di grande è mai nato da una conta di numeri, ma da qualcosa che si è staccato in modo autonomo, per la comprensione di un libero modo di pensare e di creare, e che ha poi saputo trovare una strada propria da percorrere per arrivare dove altri, a volte i molti, non avevano lo sguardo per vedere.