Politica & Società

Sicilia… Ma chi sta, poi davvero, con Miccichè?

Pubblicato in Politica da altreidee il Dicembre 19, 2008

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Le risposte arrivano sempre, quando a domandarsi sono le considerazioni che sappiamo fare, provando a guardare in anticipo a cosa accadrà nel tempo. Dopo le elezioni di metà aprile, prima che il nuovo Presidente decidesse della composizione della sua Giunta per il governo della Sicilia, scrivevo: “L’MPA di Raffaele Lombardo non nasce da un radicamento territoriale, non da un uomo che ha fatto della sua vita un impegno per la conduzione dei propri ideali; non ha l’afflato che ha accompagnato le rivendicazioni, a Nord, della Lega e del suo uomo più rappresentativo, Umberto Bossi. L’MPA, in Sicilia, nasce dal tessere del sistema di potere e di adesioni che il suo ideatore ha saputo impostare. Non è sentito dalle persone”.
E ancora: “Il mio ragionamento è soltanto di opportunità politica. I numeri, e i fatti, hanno dimostrato che anche una legge elettorale come quella per l’elezione della Camera e del Senato, giudicata come inefficace a garantire stabilità e governabilità, risulta ininfluente nel momento in cui rivela esserci, sul territorio nazionale, una forte maggioranza, a prescindere che sia in un senso o nell’altro. Le scelte a presentarsi al voto con maggiore chiarezza che nel passato hanno dato la possibilità agli elettori di esprimere nell’urna la loro adesione a un progetto, quale che sia, di destra o di sinistra o di centro. In questa tornata è stata premiata la creazione del PDL, poteva essere altrimenti, ma l’elettore, davanti alla possibilità di compiere una scelta con chiarezza, ha mostrato di riuscire a esprimersi, con precise indicazioni sulla volontà di quale maggioranza. Se, a livello nazionale, l’esclusione di Casini, da una parte, e della Sinistra Arcobaleno, dall’altra, hanno avuto le risposte del corpo elettorale, in Sicilia, a livello locale, nell’ambito delle elezioni per la scelta dei rappresentanti all’ARS e del Governatore, hanno lasciato inespresse istanze e chiarezza. Il voto a Lombardo è stato il voto al PDL, questo, credo, pure lo stesso Lombardo, dentro di sé, ha coscienza di sapere. Né può essere lui, che non ha una sua storia personale a proposito di istanze autonomiste, a rappresentare qualcosa in cui egli stesso non ha creduto nel suo passato politico, essendo chiaro, a chi vive in Sicilia, che l’MPA è più una creatura politica che qualcosa che nasce, come accade per la Lega al Nord, dal territorio e nel territorio. A proposito di semplificazione della vita politica, in breve, l’apparentamento tra PDL e Lega è stato necessario al Nord e, soprattutto, è stato premiato dal voto, un po’ in tutte le regioni della Padania. L’apparentamento tra PDL e MPA al Sud, invece, è stato un errore politico di Berlusconi ed è stato apparentemente premiato, infatti, soltanto in Sicilia, dove il movimento di Lombardo ha tessuto la sua rete di contatti e adesioni. Questo, tra l’altro, ha coinvolto l’UDC di Casini e Cuffaro, cooptandoli nella vittoria. Ma, a parte tutti i meriti o demeriti di Lombardo e tutti i meriti o demeriti di Casini e Cuffaro, senza alcun riferimento a vicende giudiziarie vere o presunte, che non sono nelle intenzioni e nello spirito di queste note, il PDL ha perso l’occasione di stravincere le elezioni regionali presentandosi come PDL in quanto tale. Forse era questa l’idea di Gianfranco Micciché, nei suoi colloqui con Berlusconi a Roma, nei giorni prima che la scelta ricadesse su Lombardo. Forse. Io, qui, scrivo soltanto la mia idea. E, già in quei giorni, scrivevo di quanto fosse un grave errore “politico” l’alleanza tra PDL e MPA, perché prevedevo, così come ancora, che Lombardo avrebbe fatto pesare, oltre i limiti del risultato elettorale venuto fuori dalle espressioni di consenso, il suo ruolo all’interno dell’accordo. Il PDL avrebbe vinto a mani basse anche senza l’MPA di Lombardo. Avrebbe escluso definitivamente dai giochi Casini. Avrebbe rivelato, con i numeri, l’inconsistenza elettorale di Lombardo e dei suoi dell’MPA. Avrebbe avuto due legami in meno nel processo di sviluppo per l’Isola e per il Sud, a proposito di quando Berlusconi lamenta di non aver potuto attuare una parte del suo programma, nella scorsa legislatura, proprio per certe pressioni dei suoi alleati, riferendosi dichiaratamente a Casini. Questo è quel che penso. Senza troppa presunzione, credo che questo lo sapesse Gianfranco Micciché, anche in quei giorni di serrati colloqui a Roma, purtroppo senza esito. Berlusconi non è nato né vive in Sicilia, non poteva saperlo, ma poteva informarsi meglio. Ci si allea con chi condivide, con chi costruisce, o intende costruire, un percorso insieme, come accade con la Lega o con l’unificazione di AN e Forza Italia… più difficile è allearsi con chi, anziché ringraziarti per la visibilità acquisita, sa chiederti il conto del suo peso elettorale ottenuto grazie a te, per di più, e per beffa sulla realtà. Oggi abbiamo un Parlamento nazionale con tre o quattro partiti. Potevamo avere un governo regionale composto solo dal PDL, se non ci fossero state inutili e ostili divisioni interne, dichiaratamente portatrici di un boomerang politico forse pesantissimo da ricevere in ritorno. Questo per quanto riguarda il PDL. Potevano anche essere altre le espressioni di voto, pure rispettabili. Ma Lombardo era fuori dal gioco. E Berlusconi lo ha messo in campo e fatto vincere, facendo del male politico a se stesso. Forse mi sbaglio, ma, ribadisco, credo che Gianfranco Micciché lo sapesse e lo sappia questo. A qualcuno può sembrare che ne esca sconfitto, per ora. Ma non è così. Le risposte che arrivano nel tempo contribuiscono a scrivere la storia. Che è fatta di una serie di accadimenti, mai di uno solo slegato dalla successione degli altri. Questo mi premeva scrivere, dopo tanti giorni di silenzio, “prima” che le scelte per la composizione del governo nazionale e regionale fossero compiute”. [5 maggio 2008]
Qualcuno, adesso, sembra accorgersi di cosa non era difficile conoscere da subito.
E c’è anche qualcos’altro. Quello che lo stesso Gianfranco Miccichè rileva a proposito delle distrazioni di fondi, da e per il Sud, verso altre destinazioni, in danno dello sviluppo del meridione. I dissensi del Sottosegretario alla Presidenza con le politiche che privilegiano le infrastrutture e i contributi alle regioni che, per la loro stessa essenza, sono da traino all’economia del Paese e, quindi, richiedono quei sostegni necessari alla sopravvivenza stessa del Sistema Italia, specie adesso, in un periodo di forte crisi economica e di recessione. Il suo prendere le distanze da certe scelte del collega Tremonti, il suo considerare gli effetti futuri che verranno dalle mancate erogazioni alla ripresa delle macroaree del Sud nelle quali occorre, come sa ritenere con forza di idee, più necessaria e incisiva l’azione di supporto a nuove opportunità di crescita complessiva, nella direzione del superamento dello scalino che le separa dalle altre. Ci sono stati dei giochi di potere: Alfano, Schifani, Firrarello, hanno sospinto la candidatura di Raffaele Lombardo, che adesso sembrano contrastare nella sua azione di governo dell’Isola. Miccichè aveva, come molte altre volte, saputo guardare più lontano e comprendere in anticipo che, per lo stesso accadere delle opportunità in determinati momenti della vita politica di un Paese, tutto serviva tranne la divisione o il misurarsi del peso dei protagonisti e della forza elettorale che potevano esprimere. Ma sembrava, proprio come scrissi in quella notte di maggio, aver perso, senza che così sia stato realmente. Sempre per provare a vedere oltre le apparenze, chissà, ma è solo una domanda che faccio a me stesso, che non sia vero quanto aveva provato ad anticipare del suo pensiero in un’intervista subito a ridosso delle scorse elezioni regionali: unire le sue idee concrete di promozione di un riscatto della sua Isola e del Sud alla struttura del Movimento per l’Autonomia, per una scelta pragmatica e non di condivisione; che è comunque più vicina alla passione che ha saputo mostrare di sé nella semplicità dei fatti – ha messo la faccia e le idee nel provarci, quando ha posto al servizio della Sicilia la sua candidatura – in occasione del rinnovo dell’Assemblea regionale; rimettendoci un po’ nell’immagine, per gli aspri commenti [a volte, come quelli di Repubblica o della stessa La 7, che pure prima ne aveva messo in risalto le considerazioni, quasi sbeffeggianti] ricevuti dalla stampa e dai media e per la perdita di consensi personali, almeno nell’immediatezza del suo intelligente e consapevole adeguarsi alle scelte indirizzate da Berlusconi, scambiato per pochezza di convincimenti e che conteneva, invece, già in nuce, come accade a chi ha valore e passione politica, il sapere cosa sarebbe stato, presto o tardi, come è nei giorni di adesso. Se cade Lombardo, si va al voto. E che sia un giusto chiedere il conto all’interno del PDL; o un misurarsi – stavolta in suo favore – del reale peso politico e di idee delle componenti interne al suo partito; o, chissà – ed è, come scrivo sopra, solo una domanda – un pragmatico avvicinarsi al movimento autonomista di Lombardo; qualsiasi cosa, tra le opzioni, potrebbe essere comunque, anche in questa occasione – magari non adesso, ma tra qualche anno – un riuscire a vedere con chiarezza nel futuro che prova a condividere. Lo stesso nel quale ha mostrato di credere quando ha espresso e sostenuto la sua proposta di rinnovamento – la “rivoluzione siciliana” – che, per il destino beffardo che spesso accompagna coloro che sanno pensare a largo respiro, alcuni, nell’errata interpretazione di quella che non era affatto una rinuncia, hanno scambiato per un voltarsi indietro che non c’è mai stato.
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Voto di preferenza. Ma quale?

Pubblicato in Libero Pensiero, Politica, Società da altreidee il Dicembre 7, 2008

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E’ ripreso da un po’ il dibattito sul voto di preferenza. Ne avevo accennato in un mio post, in maggio. Ed è qualcosa che ritengo essere importante. A proposito di cosa ci viene detto, tutti i giorni, e di cosa è realmente nel nostro interesse di cittadini ed elettori. Il voto di preferenza è stato in uso in Italia da sempre, prima che fosse introdotto il sistema dei collegi uninominali con le elezioni politiche del 1994 che, per il loro stesso essere scelta tra opposti candidati di schieramenti diversi, le abolivano di fatto. Ha continuato ad esistere nelle elezioni locali, comprese le regionali. E continua ad esistere per le elezioni europee. Con la riforma del sistema elettorale per le politiche del 2006, aboliti i collegi uninominali, per la prima volta si è esclusa la preferenza dal voto di lista per la scelta dei componenti della Camera dei Deputati. Senza che ce ne rendiamo conto, invece, ci si lascia credere che il non avere la possibilità di esprimere una preferenza all’interno della lista che scegliamo di votare – ed è comunque una nostra opzione se dare o non il nostro voto a quella lista – sia una limitazione della nostra libertà. Come se a scegliere la composizione della lista che decidiamo di votare fossimo noi, quando sappiamo che non è così. Più volte, nei decenni passati, così come avviene ancora per le elezioni locali, il voto di preferenza è stato considerato fonte di scambio di favori, di promesse mai mantenute, di collusioni e infiltrazioni con gruppi di interesse non generali… eppure, a proposito di ascolto e lettura critica dell’informazione, eccoci ancora a parlare del voto di preferenza, quasi fosse una libertà negata il non averlo. Il vero problema – e saggiamente il Presidente del Consiglio avrebbe voluto abolirlo anche per le prossime elezioni europee, non riuscendoci per l’ottusa opposizione di quella che continua a non saper essere una vera sinistra nel nostro Paese – non è nel voto o non voto di preferenza, ma nella possibilità di decidere i componenti della lista. Dal punto di vista della democrazia, nella concretezza dei fatti, il voto ad una lista presuppone la comune appartenenza ai valori espressi da quella che, nel momento stesso in cui diventa per noi un simbolo da voler sostenere, riscuote la nostra fiducia, a prescindere dal fatto che possiamo privilegiare la posizione al suo interno di una figura in cui ci riconosciamo più che in un altra: anzi, in questo, chi decide all’interno di un partito la composizione di una lista, dovrebbe in misura maggiore aver cura che possa riscontrare il gradimento del maggior numero possibile di elettori; mentre invece, in presenza del voto di preferenza accadeva prima – e accade ancora per le elezioni locali – che il capolista e i primi in lista siano da traino per candidati a volte sconosciuti, o il gradimento dei quali non sia così esteso, e che, altre volte, sono stati proprio coloro che hanno scalato posizioni di privilegio importante per l’aver visto confluire sul loro nome quel voto che non appartiene all’interesse generale e che è espressione di quei riferimenti particolaristici dei quali scrivevo sopra. Vi ricordate i delfini? Oggi qualcuno di loro può dire di essere stato candidato a Sindaco di una città importante o aver guidato il governo di una Regione o sedere in Senato. La memoria corta di molti di noi elettori, che spesso dimentica le contraddizioni espresse dalla politica e dai politici, dà fiato ai falsi sostenitori delle ragioni della libertà, che ne inventano una di tutte pur di avere le prime pagine o le adesioni di una massa acritica. Ma è questo il vero senso del benessere di una collettività di persone? Semmai, e chissà che col tempo non ci si riesca, ed è una delle idee di questo blog sulla quale vorrei stimolare gli interventi dei lettori, l’indirizzo da seguire è quello della scelta, attraverso le primarie, dei componenti della lista nella quale crediamo di riconoscerci, ciascuno per i suoi convincimenti in politica: questo è veramente importante. Ne avete sentito parlare? E, soprattutto, ne avete sentito parlare e ne avete letto come di qualcosa da realizzare in tempi brevi come reale presupposto di libertà? Lasciamo ancora spazio ai milionari Travaglio, Grillo, Stella, Di Pietro… Eppure costa poco la libertà. A cominciare dal non dare seguito ai falsi difensori delle nostre facoltà di scelta. Io, per parte mia, non farei l’amministratore di una comunità se non mi pagassero come un manager d’azienda. Si può fare politica gratis. Ma poi non si può lasciare che la comunità creda alle Fate e ai Babbo Natale. La Casta non vive negli stipendi di un ministro, di un senatore o di un deputato; né dei loro benefici. Non sono questi i costi della politica, anche se continuano a lasciarcelo credere. E noi, come allocchi, seguiamo le loro trasmissioni, leggiamo i loro blog, compriamo i loro libri e i loro giornali. E loro arricchiscono, anche nel sostegno dei voti, come dimostra il raddoppio di percentuale di Di Pietro alle scorse politiche. Ma non è questa la libertà vera della quale abbiamo bisogno e che serve al Paese per crescere. Quando ci sarà una sinistra di valori finiranno anche altre fiabe. Come quando anni fa si continuava a dare addosso al Governo Berlusconi, e soltanto per dargli addosso, senza accorgersi della incombente crisi economica sul nostro Occidente – o meglio fingendo di non saperlo. E la colpa della bassa crescita era di Tremonti & company, secondo quella insulsa sinistra italiana. Mentre i fatti, ancora una volta, hanno mostrato che non è così. Loro hanno preteso di governare, occupando tutte le cariche disponibili, dopo aver vinto nel 2006 con un numero di voti pari alla popolazione di un quartiere di una città media. Adesso vorrebbero un confronto continuo con quell’ombra del loro governo d’ombra [e non è un errore, è proprio d'ombra], dopo aver perso con tre milioni e mezzo di voti di scarto. Non manca loro l’intelligenza. E’ soltanto che hanno una faccia di bronzo… e l’appoggio di molti dei media dei loro amici imprenditori. Leggevo l’ultima fiaba di Grillo: Murdoch gli sarebbe simpatico almeno un po’ perché non è primo ministro e gli dice, scrivendogli, che tra qualche anno la sua sarà una tra le poche aziende presenti in modo forte sul web, insieme a Yahoo, You Tube e altre. Non è un cretino. E’ che vuole raccontarci la favola che Berlusconi è sporco perché si è messo in discussione pubblicamente e ha avuto i voti degli elettori mettendoci la faccia e il nome; e tuti gli altri imprenditori del sistema Italia e del sistema Mondo che si fanno rappresentare dai politici loro amici sono belli bravi puliti e intelligenti. A proposito di quando scrive dell’importanza di non lasciarsi prendere in giro. Da scolpire.

 

La sinistra continua a perdere consensi, ma sembra continuare a non accorgersene…

Pubblicato in Politica da altreidee il Giugno 29, 2008
Conclusa la lunga fase che ha visto in Italia lo svolgersi delle campagne per le elezioni di metà aprile e giugno, altre considerazioni, ora che l’attività di governo comincia ad assumere contorni più definiti, vengono da fare sui dati che ne sono emersi. Dal 1994, anno in cui la presenza di Silvio Berlusconi ha fatto comparsa sulla scena politica italiana, di fatto la sinistra ha perduto la sua identità e il suo ruolo nel Paese, snaturandosi e andando incontro a un crescendo inarrestabile di perdita di simpatie, adesioni e consensi. Ma una lettura serena del modo in cui sono andate le cose, evidenzia una serie di elementi a volte, invece, trascurati nelle varie analisi che si compiono di questi ultimi quattordici anni.
Nella prima repubblica eravamo abituati a una classe politica che riusciva ad essere referente di interessi privati non manifesti, ma che c’erano; così come avviene anche in altre democrazie del mondo occidentale, Stati Uniti compresi. Famiglie importanti, Agnelli, De Benedetti, altre, anche allora avevano i loro riferimenti diretti o indiretti. Nessuno ha gridato allo scandalo quando Giovanni Maria Flick è stato Ministro della Giustizia, né quando Carlo Azeglio Ciampi era Presidente del Consiglio nel periodo dell’assegnazione della seconda concessione per le telecomunicazioni, né quando, come scrive in un suo libro senza che mai sia arrivata smentita, il ministro Cirino Pomicino, nell’esercizio delle sue funzioni, si recava nella casa romana di Giovanni Agnelli e non viceversa; né quando Romano Prodi svendeva l’alimentare del gruppo IRI ai De Benedetti, né quando, lo stesso, regalava, con una complessa partita economica, l’Alfa Romeo al gruppo Fiat. Forse siamo fatti così, ci piace essere all’oscuro delle mute manovre del potere.
Quel che è accaduto dopo tangentopoli, e subito prima, non ha impedito che le cose cambiassero, semplicemente perché il malcostume, la corruzione e la concussione, erano allora – e sono adesso – i mali del sistema, non il sistema stesso. C’è chi ha costruito, o ha provato a farlo, le sue fortune sulle macerie di quella parte del nostro tempo. E c’è chi è stato costretto a un cambiamento di facciata pur di continuare a difendere la propria parte di interessi.
La “discesa in campo” di Berlusconi, come lui stesso l’ha definita, ha inciso in maniera fondamentale sul cambiamento del modo di fare politica in Italia, rappresentando un’eccezione rispetto a come eravamo abituati a vedere i fatti della politica stessa. Per la prima volta è accaduto che un imprenditore di successo abbia scelto di agire direttamente, non attraverso un referente. Poteva essere Fini, ma non erano mature le condizioni. Poteva essere Segni, e le condizioni erano ottime, potevano essere altri. Con la potenza mediatica della quale già disponeva, Berlusconi avrebbe potuto, in quella fase di svolta che è stata impropriamente definita come l’inizio della seconda repubblica, appoggiare i contenuti di facce e movimenti nuovi o presunti tali, senza intervenire nelle problematiche del Paese in prima persona. La novità vera, allora, è stata questa sua scelta di agire senza maschere, che ha spiazzato i suoi avversari politici, disarmandoli. Un modo nuovo di proporsi, proprio di una persona che proviene dal mondo del lavoro e non dalle segreterie dei partiti, come D’Alema, Fassino, Rutelli, Veltroni. Quella novità è stata colta dagli elettori. Oggi, una persona che continua a giocare sull’informazione acritica [ http://altreidee.wordpress.com/2008/06/28/informazione-libera-e-ricezione-critica-e-consapevole/ ] come Marco Travaglio, anche lui, fa notare come Silvio Berlusconi abbia vinto le sue prime elezioni senza utilizzare gente degli apparati della politica, con volti nuovi; aveva anche una struttura organizzata che dava lezioni di capacità comunicative ai candidati di allora, stante il loro venire da altre espressioni della società. Lo fece perché ci credeva e alcuni, tanti, di loro sono rimasti, poi.
Incapace di darsi delle idee per venire incontro alle reali e pressanti esigenze del Paese, la sinistra, di allora e di adesso, su questa novità importante ha provato a costruire non qualcosa che fosse espressione dei suoi valori, che esistono e che, a volte, è bene che siano rappresentati all’interno di una sana democrazia, ma un insieme di iniziative contro questa che era, ed è, una vera svolta nel modo di intendere la politica. Prima con la fuoruscita della Lega e di Mastella, poi con il contributo di Scalfaro e il doppio gioco di Dini, la sinistra ha tappato le falle della prima bruciante sconfitta. Nel 1996 vinse su quell’onda lunga, con un cartello vastissimo che traeva il suo punto di unione nell’essere anti Berlusconi, e che rivelò gli stessi limiti dell’ultimo governo Prodi, quello venuto fuori dalle elezioni dell’aprile 2006: qualsiasi intervento correttivo o strutturale per il Paese bloccato dai veti incrociati di partiti o movimenti politici in antitesi tra loro, soltanto coalizzati per vincere, ma privi di un legame volto a dare definizione a un progetto comune per il benessere e lo sviluppo, per la natura stessa delle loro idee totalmente diverse tra loro. Non vai da nessuna parte, così nella vita come anche in politica, se non hai idee tue, se non poni le condizioni per portare avanti un percorso che derivi da un tuo progetto funzionale a quel che ti proponi, se agisci soltanto contro qualcuno o qualcosa. La sinistra ha snaturato se stessa, come scrivevo sopra, mettendo in atto un grave suicidio politico. Ha smesso di ascoltare le istanze della parte del Paese che aveva riposto la sua fiducia in essa e si è preoccupata solamente di contrastare, a priori, il successo di chi, con intelligenza, aveva compreso che non era più tempo per una politica lontana dalle richieste di chi vive e lavora ogni giorno nel mondo reale e non negli apparati burocratici di partito.
  
La sinistra ex comunista, quella di Bertinotti, Diliberto, Marco Rizzo, ha smesso di essere il punto di incontro delle istanze di un mondo del lavoro che è cambiato, senza che loro stessi se ne accorgessero e sapessero sostenerne le voci. La sinistra del Pds, poi Ds, poi PD ha continuato a rappresentare interessi privati che non hanno potuto, né saputo, per il loro stesso essere tali, tenere conto di altre istanze, sempre del mondo professionale, produttivo e del lavoro. La classe operaia si è sentita tradita, non ha più trovato i riferimenti che chiedeva nel territorio, non ha più potuto esprimere la parte di sé che continua invece a essere e a esistere nella realtà del Paese. L’altra sinistra, quella ex democristiana, ha provato a convivere con alleati di cartello, senza poter mai incidere con un suo ruolo specifico nel progresso, che avrebbe potuto esserci, se quello che abbiamo chiamato centro sinistra avesse racchiuso in essere un’alleanza strutturale e non formale: il risultato è stato che i governi Dini, Prodi, D’Alema, come ho scritto sopra, non hanno saputo operare scelte strategiche e di lungo respiro per il futuro, fermando il loro limite a una mera gestione, che non è riuscita ad accontentare nessuna delle aspettative del loro stesso elettorato, proprio per il meccanismo dei veti incrociati e dei conflitti tra le varie anime che ne costituivano le componenti, tenute insieme soltanto dall’antiberlusconismo. Questo non è agire per il bene comune, questa è vecchia e insana gestione della politica.

 

 

Sembrava che Veltroni avesse intenzione di dare una sferzata, rompendo con i quasi quindici anni che hanno preceduto la nascita del PD, ma, in questi giorni, si sta rivelando come il tentativo di un’operazione di facciata. Il dialogo va costruito con le proposte e con le idee. Non si può – provenendo da una coalizione che, avendo vinto con un minimo scarto alle scorse elezioni, ha fatto man bassa di cariche e incarichi, di poltrone e sottopoltrone, di controllo sull’informazione pubblica – pretendere di avere un dialogo senza mettersi in gioco e proporsi costruttivamente e, soprattutto, sul piano di una larga visione del futuro, lungimirante e non miope. Specie se si è perso nel modo in cui si è perso, non con lo scarto di voti di un quartiere, come accadde a Berlusconi nel 2006. Gli elettori hanno scelto con chiarezza e senza che ci fossero dubbi sul tipo di indirizzo che deve assumere il sistema Paese per il futuro. La sinistra, sempre utile in una democrazia compiuta, può, adesso, decidere di prendere atto dei fatti e delle cose – e, pure, della netta sconfitta – e dismettere i panni finora indossati, preferibilmente con volti nuovi che riescano dove hanno mostrato, con altrettanta e diversa chiarezza, i loro limiti gli attuali dirigenti e burocrati. Oppure continuare a chiudersi in un mondo proprio e irreale, perdendo ancora consensi, tutti quelli di coloro che avvertono, perché la vivono, a volte anche sulla pelle, la realtà di questo periodo.